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Pino Daniele 40 anni dopo: il ritorno di «Bella mbriana» da Napoli al mondo

Domenica 13 Marzo 2022 di Federico Vacalebre
Pino Daniele 40 anni dopo: il ritorno di «Bella mbriana» da Napoli al mondo

I quarant'anni dalla sua prima pubblicazione, e l'occasione offerta dal Record Store Day, riportano nei negozi superstiti di dischi «Bella mbriana», in una nuova versione, curata dalla Warner Music in collaborazione con la neonata Fondazione Pino Daniele guidata dal figlio del Lazzaro Felice, Alessandro: picture disc al posto del classico vinile nero (e con autografo di Wayne Shorter), audio rimasterizzato e due chicche inedite, le versioni acustiche di «Tutta n'ata storia» (attenti al testo) e «Maggio se ne va». L'inizio di una importante collana di ristampe, con attenzione agli anniversari tondi, agli inediti, alle versioni alternative conservate in master ed archivi.

Non sembra vero, sembra ancora ieri, ma correva l'anno 1982: il singolo più venduto era il protorap teutonico di «Der kommissar» (Falco), tra gli l'album svettava «La voce del padrone» di Battiato. Pino Daniele con «Vai mo'» aveva appena definito i confini del suo blues verace ed era diventato il nuovo re di Napoli con la carica dei duecentomila nella notte del 19 settembre 1981 in piazza del Plebiscito. Avvertiva il bisogno di andare oltre: oltre il supergruppo pronto ad andare in frantumi, oltre la sua città, oltre l'America come principale fonte ispirativa. Cantautore sì, ma anche suonautore, dopo aver formato ed avuto a disposizione un autentico dream team glocal, voleva permettersi collaborazioni internazionali che fino a quel punto non aveva nemmeno osato sognare. Così alle percussioni di Rosario Jermano, il primo dei suoi compagni di avventura, ed alle tastiere di Joe Amoruso, ed ai tamburi di Tullio De Piscopo non si affiancarono il sax di Senese, il contrabbasso di Zurzolo e le percussioni di Tony Esposito: a soffiare nelle ance c'era sua maestà Wayne Shorter, al basso sua maestà Alphonso Johnson.

L'amore per i Weather Report era così dichiarato in partenza, nessuna contraddizione con il titolo, riferimento all'epoca criptico persino per la maggioranza dei napoletani: lo spirito benefico della casa, associato al munaciello appena riscoperto da «È stata la mano di Dio» di Paolo Sorrentino, era la dimostrazione che non si trattava di colonizzazione culturale, ma di incontro tra culture. Le radici mettevano le ali, le ali non rinunciavano alle radici. Pinotto tornava a casa, salutava quella presenza fantasmatica e familiare raccontata anche da Basile, Pitrè, Serao, ma poi partiva per il mondo. Aveva le tradizioni nel sangue, ma anche la voglia di viaggiare. E noi con lui, fieri di quell'altra Napoli che si contrapponeva alle nuove mani sulla città, sulla Campania tutta.

«Annarè» apre il disco con una ballata fusion «pe' chi ha cagnato sempe lietto, pe' chi nun trova pace e s'accuntenta e luce». «Tutta n'ata storia» è un exploit ritmico che confessa le proprie contraddizioni cantando «io non voglio andare in America» su un motivo funkeggiante, in un disco trilingue (napoletano, italiano, inglese), masterizzato a New York, suonato da fratelli di sangue e due dei più prestigiosi jazzisti afroamericani. Una dicotomia su cui gioca tutto il lavoro, dal logo con i pomodori dell'etichetta Bagaria allo «jammone» di «Tarumbò», che davvero guarda ai Weather Report, prima che il capolavoro «I got the blues» confessi la nostalgia canaglia del Nero a Metà per la città natale. 

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Il lato B, siamo ancora - anzi di nuovo vista la ristampa, nell'era del vinile - si apre con «Mo' basta» e una chitarra soul-rock: gli esortativi/imperativi sono frequenti nella discografia del Lazzaro Felice, insieme egoistici e collettivi, personali e generazionali, catartici e rigeneranti («si troppo strunz' pe' parla'»). «Ma che mania» sta tutta nel suo groove, «Io vivo come te» è un'altra ballad illuminata dal sax supremo di Shorter che nello strumentale «Toledo» sintetizza il senso di questo album alla ricerca dei suoni del mondo, soffiando nella sua ancia americana il sentimento della strada più centrale dell'antica Partenope. Ritmi sostenuti, chitarre rock e alla Santana, schemi soul, ventate arabe e latine, esorcismi di pancia, il fatalismo delicato di «E po' che fa»: alla fine dell'lp, la perla melodica di «Maggio se ne va» (di nuovo con il sassofono magistrale di Shorter) guarda melanconicamente al futuro confessando l'origine, parlando per una generazione: «Nuje ca cercammo Dio/ stammo pe' sempe annure/ Nuje ca cercammo o bbene/ nun simmo maje sicure/ e nun c'abbasta niente».

Il neapolitan power è diventato una vera fusion di culture, napoafroamericanmediterranean power. E che power. 

Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 07:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA