PINO DANIELE| Il neapolitan power in una grotta della Sanità (di Enzo Avitabile)

Martedì 5 Gennaio 2016 di Enzo Avitabile
Molti anni fa in una delle grotte del quartiere Sanità, a Napoli, nasceva un gruppo dal nome Batracomiomachia. A noi piaceva molto questo nome perché sapeva di magia, di alchimia, di fantasia, di Omero e di guerre tra topi e rane proprio non ce ne intendevamo.

Cominciavano i primi esperimenti di suoni, di testi, di contaminazioni. Il gruppo era formato da Rino Zurzolo, Rosario Iermano, Paolo Raffone, Giovanni Battelli, Enzo Ciervo, Pino Daniele ed io. Dopo un po’ alternammo un repertorio originale, di musica nostra, con qualche esperimento di pezzi cantati a due voci, con Pino ed io che ci sostituivamo ad Enzo Ciervo, che qualcuno ricorderà essere poi diventato Geremia Blue. Credo che in quel periodo Pino abbia cominciato a scrivere le sue cose, che poi abbiamo raccolto nel suo primo album, «Terra mia».

Facevamo i provini a casa di Iermano con Dorina Giangrande che era una corista attenta e di grande supporto all’ispirazione di Pino e poi è diventata sua moglie. Rosario era importantissimo per le registrazioni con il Revox e la lucidità critica. Poi il contratto con la Emi e i primi viaggi a Roma con Claudio Poggi fecero il resto. 

Ricordo la prima presentazione dell’lp, a Firenze, Salone dei Congressi. Arrivammo in treno, vestiti malissimo e senza un minimo di cura dell’immagine. In quel periodo per la Emi incideva anche Alan Sorrenti, che era un numero uno, e che si presentò alla convention in tutto il suo splendore, bellissimo, con una camicia lucida rossa ed un sole dorato sulla schiena. Noi al suo cospetto sembravamo dei parcheggiatori disorganizzati, per cui i discografici incaricarono un dipendente di farci comprare delle camicie di velluto a coste di colore diverso ma di misura unica. Essendo tutti abbastanza in carne, il risultato fu drammatico, perché arrivammo alla fine del concerto con i bottoni che saltavano nota dopo nota tra l’imbarazzo dei presenti e la nostra finta disinvoltura. 

Cercola alla fine del concerto mi disse: «Enzo curati l’immagine» ed io, di rimessa, gli sparai: «Toni’ curati ’o fegat’!». Pinotto rideva a squarciagola inconsapevole che questa battuta di Tony sarebbe andata avanti fino al periodo della sua collaborazione con Edoardo Bennato. 
In fondo, quello era l’atteggiamento con cui facevamo musica, cercando di conservare la nostra identità, di essere noi stessi sempre, comunque e ovunque. Pino ed io sembravamo intenderci al contrario, pareva che avessimo un tacito accordo, io cantavo in italiano quando lui usava il napoletano e viceversa. 

Quando, finalmente, abbiamo cantato insieme nel mio album «Black tarantella», lui da un po’ di tempo stava evitando il dialetto, ma alla fine riuscii a convincerlo e nacque «È ancora tiempo», che fu il suo ultimo pezzo in napoletano: ironia della sorte, «Terra mia» era stato il primo.
Il nostro rapporto era vero, fino in fondo, senza veli. A volte duro - ci dicevamo le cose in faccia - altre volte molto dolce, confidenziale, fatto di complicità e confidenza. Segreti che porterò per sempre nel mio cuore. Ridevamo tanto, usando la «parlesia», slang che ci accompagnava anche nei momenti di dolore, di amarezza, dissacrando con il suo potere mantrico la malinconia che è gemella dell’«appocundria». 

Decine di migliaia di persone, provenientida luoghi diversi, oggi invadono stradine e strade di Napoli, città spesso matrigna, ma che nel suo caso si è mostrata mamma addoloratissima, versando lacrime d’amore, ma anche di orgoglio, di riscatto. L’assenza viene riempita dal dialogo della comunità consapevole di aver perso un cittadino speciale, per arte e per umanità. Quello che iniziammo a fare come Batracomiomachia, quello che già prima Mario Musella e James Senese avevano iniziato a fare come Showmen, quello che poi abbiamo tutti proseguito a fare in quel crogiuolo di suoni ed emozioni che furono gli anni Settanta e Ottanta si chiamò neapolitan power scimmiottando il black power. Facevamo gli americani di Napoli, ma, proprio come i neri del ghetto, non avevamo nessun potere, se non quello del nostro canto libero.
È vano, almeno per me, cercare ora di ricordare il mio amico di infanzia Pinotto in una miscela di emozioni, riflessioni e considerazioni.

O, ancor di più, provare ad analizzarlo nei modi più disparati: formale, storico, antropologico, sociologico, sentimentale, musicale, commemorativo. La sua favola, la sua leggenda, la sua storia narrano la libertà e l’orgoglio di un popolo, le sue canzoni ci dicono che è andato via lasciando molto di sè, moltissimo: «E coccheruno te vo’ bene e basta e coccheccosa nun more ma resta... È ancora tiempo». © RIPRODUZIONE RISERVATA