PINO DANIELE| Venti canzoni da antologia (di Federico Vacalebre)

Martedì 5 Gennaio 2016 di ​Federico Vacalebre
Circondati da vinili usatissimi e riedizioni su cd, azzardare una top 20 pinodanieliana non è più di un gioco-madeleine proustiana che, inevitabilmente, privilegia la sua prima stagione, pur riconoscendo nella seconda e terza la presenza di alcuni capodopera, oltre che della maggioranza dei suoi hit nazionalpopolari, che spesso dietro a liriche di routine nascondevano melodie e riff di assoluta portata (da «Mareluna» a «Che dio ti benedica», con la rima a portare in hit parade un'altra parola proibita, dopo quella di «Je so pazzo»).

1) «Donna Cuncetta» (da «Pino Daniele», 1979)
Una donna, l’ispirazione di base era la nonna dell’artista, ma non solo: la disillusione di un popolo e di un giovane militante, di un ragazzo che sognava la rivoluzione, o almeno un altro mondo. «’O tiempo d’’e cerase è già fernuto» anticipa la dittatura del riflusso, il cammino della vecchia stanca che avanza sotto il muro è quello di un’intera città che ha sempre paura di poter essere violata di nuovo, che si difende le spalle. Il tuppo niro che conserva tutti i dolori, il petto che nasconde tutti i ricordi, il fatalismo di chi sa quanto sia inutile sognare di tornare giovane per essere finalmente «caporione». Tranche de vie verace, come spesso nel primo Pino, una storia minore, avviluppata in quella fede popolare che ha condannato Napoli all’immobilità. Caso o no, Donna Cuncetta è anche il nome della «capa che suda» al cimitero delle Fontanelle e della moglie di Luca Cupiello, a cui non piaceva il presepe. La melodia è tenera melanconia, le congas di Karl Potter in chiusura sono una chicca di colore e ritmo.

2) «Napule è» («Pino Daniele», 1977)
Metterla per prima sarebbe stato troppo facile, e alla fine anche giusto. Un capolavoro, per parole e musica, per coraggio e arrangiamento, oggi inno di stadio, all’epoca perla scritta da un ragazzino ribelle che era riuscito a condensare in pochi versi una breve stagione di speranza e orgoglio ritrovato, di consapevolezza. Aprono gli archi arrangiati da Antonio Sinagra, poi otto misure di oboe e mandolino, la rivoluzione non è un pranzo di gala ma qui ha una costruzione classicissima. Napoli non è l’oleografia che vendono a mezzo mondo, Napoli è terra desolata e abbandonata, gettata via come carta sporca. Napoli è grande bellezza/bruttezza, Napoli ha ancora futuro e speranza nella voce dei bambini, «’e criature», sono loro che spezzano la condanna alla solitudine ed al mal di vivere che di solito portiamo dentro. Sono loro, sarà anche retorica ma spiegava il maestrone Guccini che alcune cose si dicono con retorica, a fare di Napoli l’ultima comunità. Ps. Eduardo De Filippo scrisse: «Napule è ’nu paese/ è ’nu teatro antico/ sempre apierto/ e nasce gente/ ca senza cuncierto/ scenne pe' strade e sape' recità». Il pezzo vanta cover di Mina, Gino Paoli, Mario Trevi, Laura Pausini e un sequel rap firmato dai 13 Bastardi.

3) «Lazzari felici» («Musicante», 1984)
Il suono torna alla melodia delle radici del primo lp, ma con maturità desimoniana ed usando una chitarra battente elettrica insieme al mandoloncello per definire una musica «mariuola» e la condizione di quei «musicanti senza 'o permesso 'e ce guarda'». Lazzari, anzi lazzaroni, come ai tempi della Rivoluzione napoletana del 1799, con il volto santo in petto «e ’a guerra dint’’e mane». La stanchezza del singolo è quella di un popolo, sconfitto sino a rifugiarsi nella superstizione fideistica. E «intanto passa stu Noveciento, passammo nuje s’acconcia ’o tiempo» e nella credenza («’o stipo») restano gli odori e i sapori/saperi delle origini. 

4) «Chi tene 'o mare» («Pino Daniele», 1979)
Al sax di James Senese andrebbero pagati i diritti d’autore, tanto è fondante per il pezzo. La consapevolezza di essere fesso è contento: chi tene ’ mare porta ’na croce, nun tene niente e cammina con ’a vocca salata, secca, come l’assetato disperato, che ha bevuto l’acqua dell'oceano. Curiosa la traduzione siciliana di Battiato.

5) «Je so pazzo» («Pino Daniele», 1979)
Passa alla storia per la parolaccia ostentata e censurata, ma è un inno libertario sudista, in sintonia con il movimento della sinistra extraparlamentare, come la si chiamava allora. Masaniello si tinge la faccia di nero-Pulcinella e vuole vivere almeno un giorno da leone. La gioventù napoletana, e non solo, pure. Il ritmo è possente, il riff è da delta del Volturno, la ballata da blues rurale ha curve e spigoli, impossibile tenere fermo il piede, non tenere il tempo, resistere insomma. Bella l’idea che oggi il brano dia il nome a un ex Opg diventato centro sociale.

6) «Yes I know my way» («Vai mo’», 1981)
Funky-disco destinato ad epiche jam live. La «currea» (la cinghia) pronta ad essere usata come arma di rivolta, una chitarra assassina, la propria strada da seguire, anzi da trovare, con un’unica lezione: «Miette ’e criature ’ o sole/ pecché hanna sape’ addo’ fa friddo e addo’ fa cchiù calore». Il tutto con la leggendaria all neapolitan superstar band e uno slang anglopartenopeo ormai consegnato alla storia della canzone italiana.

7) «Quanno chiove» («Nero a metà», 1980)
«Tanto l’aria s’adda cagna’», anche se le polveri sottili non c’entrano. Lei è una prostituta, sentiamo i suoi passi sulle scale mentre scende le scale e va a lavorare ridendo, «ma poi nun ride cchiù». L’acqua lava, lei, ma non noi, i borghesi che la incontrano e la guardano con desiderio, ma fingendo che sia «uno scuorno». Una perla cantata anche da Mina, Giorgia, Ramazzotti, Randy Crawford in inglese («It's raining») e la brasiliana Patricia Marx in portoghese («Quando chove»).

8) «Terra mia» («Pino Daniele», 1977)
Disperata come l’«Amara terra mia» di Modugno, orgogliosa come la «This land is my land» di Woody Guthrie, ma avvilita, con la desolazione nel cuore di chi vede che nulla cambia, ma non la fa finita in nome di una briciola di libertà prossima ventura. Il ritornello si apre con gli archi, potrebbe diventare un madrigale, per descrivere ancora una volta quella città vecchia, antica, dove donne vestite di nero entrano in chiesa un po’ per fede e un po’ perché non hanno altro posto dove sentirsi al proprio posto. Eppure il vento soffia ancora, per dirla con Bertoli, e questa terra è «chiena ’e libertà... i’ mo’ siento ’a libertà». Il leone-mascalzone latino sta rompendo le sbarre per fuggire dalla gabbia.

9) «Tutta n’ata storia» («Bella ’mbriana», 1982)
Sigla degli ultimi concertoni, l’America come sogno, ma anche con la consapevolezza della diversità del sogno napoletano. Intro pianistica, poi il ritmo si fa sostenuto tra rock blues e funky, Daniele cerca il suo migliore falsetto e la sei corde guarda agli Earth, Wind & Fire.

10) «Anna verrà» («Mascalzone latino», 1989)
Dovendo premiare almeno un testo in italiano in molti avrebbero preferito «Quando», melodia delicatissima, ma il testo diviso con Massimo Troisi lascia troppe interpretazioni aperte, con quel figlio voluto ma senza insistere troppo, con il paradiso che forse esiste e forse no e un amore da lasciar andare. Meglio, allora, la ballata di Nannarella, che verrà in un giorno di sole a far finire la guerra. La sora Pina di «Roma città aperta» come simbolo di «noi che abbiamo un mondo da cambiare/ noi che guardiamo indietro cercando di non sbagliare». Anna un po’ Godot e un po’ fantasma.

11) «Je sto vicino a te» («Pino Daniele», 1979)
Una ninna nanna per una donna, per una figlia, per qualcuno un dialogo con il Vesuvio, dal sonno minaccioso. Una tenera, esorcistica ballata dalla terra delle sirene.

12) «Putesse essere allero» («Pino Daniele», 1979)
Un inizio da antologia, poi tutto confuta la bella giornata lacapriana, che non salva niente e nessuno, non basta tenere in braccio la propria figlia, non basta l’intorpidimento di un joint, il suono gentilmente melanconico di un mandolino. L’appoccundria detta legge, saudade dei vicoli, fado dei munacielli.

13) «A me me piace ’o blues» («Nero a metà», 1980)
Un manifesto di naivetè sonora: le radici stanno in quel caffè «cu ’na presa d’annese», le ali nel mito di B. B. King, l’orgoglio nel sentirsi come chi «è tuosto e po' s’arape». L’Accademia della Crusca si è fatta spiegare da Pino che cosa fosse la cazzimma prima di sdoganarla nei vocabolari, raffinati linguisti hanno discusso su quel «a me me piace», errore, dialettismo, anzi pregiata licenza rafforzativa.

14) «Bella 'mbriana» («Bella ’mbriana», 1982)
Divinità minore partenopea, protettrice della casa, di lei si erano dimenticati anche i napoletani, forse era dai tempi della Serao che nessuno ne scriveva più. Sarà che quando il buio all’orizzonte è più black della midnight non rimane che rifugiarsi nelle credenze popolari. 

15) «Sicily» («Che dio ti benedica», 1993)
Un brano di Chick Corea ai tempi della Elektric band trasformato in un elogio di un’altra terra con vulcano. E il jazzista italo-americano fa sentire la sua mano, e come la fa sentire!

16) «Chillo è nu buono guaglione» («Pino Daniele», 1979)
Storia vera, e sambata, di un femminiello. Pino ha osservato il mondo che si muoveva intorno a lui nel centro storico di Napoli e ha scelto di stare dalla parte degli ultimi. Senza teorizzarlo, senza la coscienza politica di un De André, ma di pancia, per appartenenza, per questione di classe e di sangue si sarebbe detto un tempo.

17) «Il mare» («Pino Daniele», 1979)
Erano ancora i tempi dei concerti a pugno chiuso, ma qui l’uomo con la tessera del partito è già un uomo finito, ricorda quell’altro che si chiedeva come si potesse fare la rivoluzione «cu 'o cazone rutto». La fila al collocamento è inutile e l’ecologia non è ancora di moda, ma il mare sta sempre là, «tutto spuorco, chieno e munnezza, e nisciuno 'o va 'a guarda’». Profetico? Forse, di sicuro amarissimo. E che ritmo!

18) «Puozze passa' nu guaio» («Nero a metà», 1980)
Hard blues scaramantico, con l'augurio di una bella sofferenza «addo’ nun coce ’o sole».

19) «Senza 'e te» («Medina», 2001)
Intro new age, poi una melodia lenta, come il canto d'amore, semplice e ispiratissimo: «Senza 'e te so' niente».

20) «'O scarrafone» («Un uomo in blues», 1991)
Carosone incontra Santana e insieme decidono di non aspettare altro tempo per attaccare la Lega, che è una vergogna e non crede alla cicogna, e alla legge per cui «ogni scarrafone è bello a mamma soia». Ma noi siamo nati marocchini, ce l’han detto da bambini. Una canzone politica entrata anche in discoteca: grazie Pino, anche per questo. E viva viva ‘o Senegal, si intende. © RIPRODUZIONE RISERVATA