Riccardo Muti torna a Capri: «Un racconto di vita tra maestri, etica e musica»

Mercoledì 28 Agosto 2019 di Donatella Longobardi
«Capri? Mi ha sempre dato la sensazione del sogno, da Napoli si vede così, sospesa tra cielo e mare...». Arriva sull'isola domani Riccardo Muti, ad Anacapri, per presentare venerdì il suo nuovo libro L'infinito tra le note (Solferino) ospite dell'hotel Caesar Augustus. Un'occasione per tornare («ci manco da decine di anni»), incontrare vecchi amici e far conoscere alla famiglia le bellezze del Golfo. «Ci saranno con me anche mio figlio Francesco e i suoi figli, Riccardo e Sofia, sono felicissimi di venire perché gli parlo sempre di Napoli, ma anche di Capri, Ischia, Procida, e non vedono l'ora di conoscerle».

E cosa racconta delle isole napoletane, maestro?
«Ricordo quanto siano diversissime una dall'altra. Qualche anno fa mi diedero il premio Morante, a Procida. Mi innamorai letteralmente del posto, sembrava di essere piombato indietro nel tempo in una guaches napoletana, il porto, le case dei pescatori dai colori sgargianti».
 
E Ischia?
«Ischia è bella per altri motivi, con la sua natura così furiosa. Capri è imperiale: basti pensare come Tiberio dominasse il mondo da quelle rocce a picco sul mare e dove rimangono significative vestigia».

Il suo rapporto con Capri?
«Devo dire innanzi tutto che mi arrabbio in continuazione con gli americani: loro dicono sempre Caprì, con l'accento. Detto così sembra un formaggio francese. Mi dà un fastidio enorme, faccio fatica a correggerli, quell'accento fa perdere tutta l'armonia del nome, che è così semplice, rilassato: C-a-p-r-i».

Ricordi?
«Il mio maestro Vincenzo Vitale ne parlava spesso, era molto legato a Capri. Con lui studiai al pianoforte un celebre preludio di Debussy Les collines d'Anacapri. Il compositore francese non ci era mai stato però aveva ricevuto in dono una bottiglia di vino con l'immagine dell'isola sull'etichetta. Da lontano aveva assorbito l'atmosfera sognante e poetica, anche se a volte la sua natura sembra dura e arcigna».

Diceva che manca da anni.
«Purtroppo è passato troppo tempo dall'ultima volta, sono i risvolti negativi della vita di un giramondo come me... Ci venivo a trovare Umberto Tirelli che aveva una villa. Ora torno grazie a un altro caro amico, caprese vero perché nato qui, Francesco Canessa, ex sovrintendente del San Carlo: sarà lui a condurre la conversazione sul libro».

Lei ha scritto una biografia, poi un bel volume su Verdi; in questo nuovo libro che ha come sottotitolo «Il mio viaggio nella musica» affronta invece temi molto personali legati alla direzione d'orchestra, perché?
«Non è un libro che apre orizzonti nuovi, è semplicemente il racconto di una persona che ha cercato di mettere in pratica i dettami della scuola napoletana, i principi etici e artistici ricevuti dai miei maestri».

Lei non perde occasione di sottolineare l'importanza delle radici della sua cultura e di denunciare i problemi del Paese, come vede l'Italia di oggi con tutte le sue querelle politiche?
«Non parlo di queste cose, né entro nel merito, ma come cittadino e come musicista abituato a decifrare le partiture e i contrappunti più complicati, di fronte a questa situazione posso solo dire che non ci capisco nulla... vedremo».

L'altra sera a Viareggio le hanno conferito un premio speciale, lei ha tenuto una conversazione pubblica con Veltroni.
«E ho ripetuto quello che vado dicendo da anni: che chi è responsabile della cultura deve dare valore alla nostra storia. Il nostro Paese ne ha da vendere. Abbiamo dato i nomi alle note, abbiamo costruito i più straordinari strumenti. Basti pensare che c'è una cosa che i cinesi non sono riusciti a imitare: i violini Stradivari. Non si capisce perché abbiamo perso terreno e siamo diventati il fanalino di coda».

E Napoli?
«Il rapporto è sempre saldo. Lo scorso anno ho aperto la stagione del San Carlo, tornerò in gennaio con la mia orchestra di Chicago, poi in autunno per guidare l'orchestra del teatro. Ma Napoli non è Gomorra... Se solo si pensa che nei corridoi del conservatorio di San Pietro a Majella camminavano personaggi come Mercadante, Cilea, Martucci... Per non dire dei musicisti che frequentavano i quattro antichi conservatori napoletani, da Paisiello a Jommelli, Leo, Cimarosa, Alessandro Scarlatti. Ma spesso dietro tanta trascuratezza si svelano grandi tesori. E la città, vista da Capri, è ancora più maestosa».

C'è una ricetta Muti?
«Bah, in questo momento difficile del nostro Paese, dove molti dicono una cosa e il giorno dopo ne fanno un'altra, mi piace guardare a Napoli e a Capri con la loro bellezza immutata nel tempo e ricordare alcune parole di Tacito a proposito di Galba: omnium consensu capax imperii nisi imperasset, erano tutti convinti che avrebbe governato bene fino a quando non governò». © RIPRODUZIONE RISERVATA