Da Rocco Hunt a Clementino e Sangue Mostro. E' l'ora del rap newpolitano

Clementino e i suoi ospiti alla Casa della Musica (foto di Alessandro Garofalo)
di Federico Vacalebre

Fa impressione vederli, e ascoltarli, tutti insieme sul palco della Casa della musica. «Song’ ’a voce ’e chi n’ten nient», rappa Clementino, circondato dal mucchio selvaggio dei briganti dell’hip hop newpolitano, a sottolineare il particolarissimo momento vissuto dal movimento. Incoronato «Rapstar» da Fabri Fibra, è stato proprio lo spararime di Camposano a imporre nuovamente il nostro dialetto, anzi la nostra lingua in classifica. E non a caso, dopo l’intro di Dj TayOne, fido partner per tutta la serata, si inizia da «Amsterdam», che tra dissing e gradassate ricorda: «Guarda che radio, non passa roba troppo napoletana/ dovresti scrivere in lingua italiana/ Mi dicevano che nella Rai/ non sarei entrato mai». Ma «’O vient» ha fatto il miracolo, conquistando le classifiche, la Rai e gli altri network, oltre a Mtv, ed ora è arrivato Rocchino Hunt, da Salerno a Sanremo come un marziano, a fare il bis. E manca solo lui, occupato in tv da Brignano, a completare la serata.

La sala è piena, i bambini sono in compagnia di signorinelle già svezzate, i fans della vecchia scuola di quelli della nuova scuola, tanto il look è sempre lo stesso, la divisa di osservanza è impossibile da sbagliare (jeans cascante, maglietta o camiciona, felpa, giubbotto, cappellino di ordinanza, le ragazze - poche - sono ben più sexy). Il Maccaro (anche lui appartiene all’esercito degli scognomati, ma quando vede il padre nei camerini si commuove: «Com’è andata?», gli chiede ansioso) scandisce chiara e forte la sua provenienza: «Dal manicomio di Partenope» e «da Nola alla top ten», con l’orgoglio dichiarato di chi viene dalle «saittelle».

La platea scandisce con lui verso dopo verso, flow dopo flow, accogliendo improvvisazioni e freestyle con urla di goduria da veri esperti. I successi di «Mea culpa» convivono con materiali precedenti e i contributi dei numerosissimi ospiti. «Buenos Aires» è dedicato ai «guagliun ’e miezz’’a via» di tutto il mondo, poi «Fratello» (senza Jovanotti), «Senza controllo» (con El Coyote e Uomodisu sul palco) precedono l’esplosione di «Chimica brother». Cleme salta con un forsennato, chimica o fisica che sia la questione, alterna momenti di puro «pariamento» a racconti di strada, l’epidermicità del ragazzo cresciuto nei villaggi turistici con la consapevolezza di chi sa di essere diventato megafono di un bel pezzo della gioventù italiana.

«Bomba atomica» apre il microfono a Dope One, «Rinascimento» viene da «Cuo-Rap», nuovo album dei Sangue Mostro, Clementino li mostra orgoglioso al suo pubblico come dei maestri dichiarati, sa di aver iniziato perché c’erano loro, e Sha-One della Famiglia che compare alla fine con i Messaggeri del Vesuvio, e Lucariello, che pure si intravede nel gran coro finale, e molti altri ancora.

Il rap newpolitano viene da lontano e ancor più lontano vuole andare, anche se il successo oggi ne ampia i confini e i mercati e corre il rischio di modificarne rapidamente i connotati, di annacquarne lingua, ironia e ritmo funky in nome di un sempre maggiore sdoganamento nazionalpopolare. Iena White (altro pseudonimo del nostro) questo rischio non lo corre, almeno per ora, e divide l’inno a «’O cazone largo» con Ciro ’o Zi e Farti, con Paura riprende la saga dei Videomind («Dalle Palazzine»), sconfina con Gigi Finizio («Sei come sei»), incontra l’ex Co’Sang ’Nto’ per «Toxico», prima di far soffiare l’alito di «’O vient»: «Parlo a nome di una generazione/ che qui non ha più niente».

Una generazione che ha scelto, se non i suoi portavoce, il ritmo che devono scandire: dopo il trionfo di venerdì sera Clementino raggiunge sabato Rocco Hunt sul palco salernitano di piazza Concordia per una festa sotto la pioggia, mentre i Sangue Mostro accendono Officina 99 come ai bei vecchi tempi.
Domenica 2 Marzo 2014, 16:42 - Ultimo aggiornamento: 02-03-2014 17:59
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