Sal Da Vinci: «Cinquant'anni con concerto-festa a Sharm el Sheikh»

di Federico Vacalebre

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I suoi cinquant'anni, di cui 44 spesi sul palco, Sal Da Vinci (Sorrentino all'anagrafe), nato a New York ma napoletano verace, li festeggerà con una festa-concerto a Sharm el-Sheikh. Intanto, ha appena pubblicato «Sinfonie in Sal maggiore live», il primo album dal vivo della sua carriera, testimonianza dell'omonimo spettacolo con cui ancora gira, dopo un anno e 70 repliche.

Ventidue brani, registrati dal vivo con band e orchestra d'archi, classici italiani («Il mondo», «L'immensità», «Un amore così grande», un medley battistiano, «E la chiamano estate», «A mano a mano») e napoletani («Tu ca nun chiagne», «Scetate», «Luna rossa», gli omaggi a Renato Carosone e Pino Daniele, «Caruso»), più qualche brano del tuo repertorio, compresa «Nanà», scritta per te da Renato Zero, e «Eternamente nuje», che firmi con Nino D'Angelo. Il mezzo secolo fa venire voglia di bilanci, Sal?

«Sì, anzi no, anzi non lo so. Il disco è nato per i teatri, non mi piace risentirmi nè rivedermi, sono un criticone, il peggior criticone di me stesso, ma questo show così kolossal meritava di lasciare una testimonianza e il pubblico dei teatri la chiedeva. È nato come una scommessa, per sole dieci repliche, siamo ad oltre settanta date, il 30 novembre, per uno strano gioco del destino, ci esibiremo perfino a Mumbai».

Prima c'è il concerto-festa di compleanno a Sharl el-Sheikh.
«Anche questo è nato per caso, volevo regalarmi una vacanza con tutta la mia famiglia, poi mi hanno proposto di esibirmi e visto che per me una festa non è tale se non canto... eccoci. Il 7 aprile compio 50 anni, la sera prima salirò sul palco dell'arena del Domina Coral Bay, circa mille posti a sedere, già quasi esauriti e... a mezzanotte spegnerò le candeline con la mia famiglia allargata. Viaggeremo in quasi 40 tra familiari, il cast dello spettacolo, i tecnici».

Mica male con autoregalo. Altri desideri nel cassetto?
«Ho portato Sinfonie in Sal maggiore al teatro Brancaccio e, per la prima volta, mi sono accorto di come abbia un seguito teatrale anche fuori dalla Campania. In platea c'erano pure tanti amici e colleghi, avevo invitato Verdone, ma era altrove per lavoro e mi ha promesso un incontro il prima possibile».

Nel 1986 Carlo ti scelse per il ruolo dello scugnizzo Capua in «Troppo forte».
«E da allora non ci siamo più incontrati: grazie a lui mi trovai sul set con Alberto Sordi, conobbi Sergio Leone che firmava il soggetto e la sceneggiatura... Non vedo l'ora di ritrovare Verdone, di spiegargli come quei giorni di riprese siano stati formativi per il bambino che aveva esordito sui palcoscenici della sceneggiata e sarebbe stato destinato a De Simone, Scugnizzi e Sanremo».

A proposito: il Festival si è chiuso con uno strascico di polemiche.
«Succede sempre, successe anche nel 2009, quando arrivati terzo all'Ariston con Non riesco a farti innamorare. Mahmood mi piace, è forte, contemporaneo, furbo, urban, ma anche melodico, perché puoi anche fare rap, ma senza melodia non vai da nessuna parte».

Eppure la canzone napoletana, melodica per eccellenza, non se la passa molto bene.
«Viviamo tempi contromano, e allora servono atti contromano e controtempo come il mio disco, in cui, accanto ai classici di casa nostra, antichi e moderni, puri (se mai sono stati puri) e contaminati, mi riprendo le grandi melodie italiane. Le mode passano, i capolavori no: è la prima lezione che ho appreso da papà Mario, che mi ha fatto debuttare a 6 anni, ormai 44 anni fa. Quando faccio i conti e mi accorgo che canto, e lavoro, davvero da una vita... sembra troppo persino a me, mi faccio paura da solo. Ma è la mia vita e non vorrei averne un'altra».
Mercoledì 20 Marzo 2019, 22:41 - Ultimo aggiornamento: 22 Marzo, 15:19
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