Salvatore Accardo, 80 anni: «Il primo violino a tre anni, avevo il futuro tra le mani»

Venerdì 24 Settembre 2021 di Donatella Longobardi
Salvatore Accardo, 80 anni: «Il primo violino a tre anni, avevo il futuro tra le mani»

«Nella mia vita ho fatto quello che volevo, quello per cui sono nato: ho suonato il violino. Ed è stata una gran fortuna». Non fa bilanci Salvatore Accardo, ottant'anni domenica celebrati con una festa-concerto al Ponchielli di Cremona con la sua Orchestra da Camera Italiana. Ma riflette ad alta voce. È il momento dei ricordi, lo sguardo rivolto alla sua luminosa carriera iniziata quando a soli 17 anni vinse il Premio Paganini. Da anni attivo anche come docente a Cremona e a Siena, il celebre violinista nato per caso a Torino da una famiglia di Torre del Greco e subito trasferito e cresciuto all'ombra del Vesuvio, trova nuova linfa nei tanti giovani che frequentano i suoi corsi. E non è un caso se per festeggiarlo a San Pietro a Majella, l'antica scuola musicale dove si è formato e dove si diplomò a 13 anni non ancora compiuti, Michele Campanella abbia organizzato per il 3 ottobre a chiusura del festival napoletano «Spinacorona», un concerto con un'orchestra di giovani allievi messa a disposizione dal direttore Carmine Santaniello, che Accardo dirigerà nel concerto n. 3 di Mozart in Sol maggiore. «Sarà», annuncia lui, «una sorta di prova aperta, un dialogo coi ragazzi nel segno della grande musica e un momento di confronto, mai come ora ne hanno molto bisogno».

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Si riferisce ai problemi causati dalla pandemia, maestro?
«Sono loro i più penalizzati. È impensabile applicare la didattica a distanza nello studio della musica. E sopratutto del violino, uno strumento complesso. Alla Chigiana, a Siena, ai master in presenza abbiamo avuto un boom di iscritti, quasi il doppio degli anni scorsi».

C'era voglia di far musica live?
«Ma certo. Come si fa a studiare da soli davanti a uno schermo? Serve il contatto fisico, l'ascolto, l'esempio. Piccoli dettagli che non è facile cogliere attraverso un computer».

Per esempio?
«Il violino richiede un'impostazione particolare. Il braccio destro è importante per il suono, il sinistro per l'intonazione e il vibrato, ma bastano pochi millimetri per cambiare il risultato».

Lei dove ha imparato questi segreti?
«Non si finisce mai di imparare. A volte sono i ragazzi stessi che mi danno un'idea nuova. Tra noi c'è uno scambio continuo di conoscenze e di emozioni. Un ricambio di energie. Io cerco di dare loro quello che ho imparato dai miei maestri e dagli incontri fantastici di una vita. Ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi musicisti del secolo scorso, da Stern a Celibidache, Segovia, Casals, Benedetti Michelangeli, Rostropovic, Gazzelloni. Da ognuno ho appreso qualcosa. Per non dire delle collaborazioni e l'amicizia con Muti, Abbado, Mehta, Barenboim. E naturalmente Pollini, Nono e Berio coi quali ci trovavamo insieme anche in vacanza e ci divertivamo a giocare a scopone».

E molti celebri compositori hanno scritto per lei. Lo stesso Nono, ma anche Piazzolla, Sciarrino, Donatoni, Penderecki.
«È stato un momento magico. Come il far musica a Villa Pignatelli, a Napoli, per le Settimane di musica d'insieme curate con Gianni Eminente. Incontri che segnano e restano nel bagaglio di un musicista. Penso per esempio a Michelangeli e all'uso che faceva del pedale nelle Sonate di Ravel o Debussy. O a Segovia che incideva un Quintetto di Castelnuovo Tedesco sbagliando alcune note, nell'ensemble c'era anche un altro grande musicista napoletano, un violista, Giovanni Leone, per anni anche nelle fila della gloriosa orchestra Scarlatti».

Lei ha iniziato lo studio del violino a 4 anni, un record.
«Sì ma non mi piace essere considerato un ex enfant prodige. È vero, mio padre, artista del corallo, suonava il violino da dilettante, io da piccolo sognavo quello strumento. E quando lo ebbi, a 3 anni, decisi che sarebbe stata la mia vita, anche se la passione per il calcio a un certo punto stava prendendo il sopravvento, da sempre sono tifoso della Juventus. Però se sono quello che sono oggi lo devo ai miei genitori che hanno sempre appoggiato il mio desiderio di studiare musica e ai miei maestri. A Luigi D'Ambrosio che mi portò in conservatorio giovanissimo e considero un secondo padre e a Riccardo Brengola che alimentò la mia passione per la musica da camera».

Oggi lei ha due figliole tredicenni, Ines e Irene, nate dal matrimonio con la violinista Laura Gorna, nel loro futuro c'è la musica?
«Ines (la bruna) ama il musical, la danza, ama cantare e ha una forte vena umoristica. Irene (la bionda) studia pianoforte con profitto e naturalmente la seguo molto, ama il calcio come me ma tifa per il Napoli. Nonostante si viva tutti a Milano, le ragazze sono molto legate a Napoli e a Torre del Greco. Amano la cucina napoletana e i nostri tesori. Ho comprato per loro dei cammei firmati da mio padre Vincenzo, ne vanno molto orgogliose, Irene li indossa quando suona».

Ma perché Irene ha scelto il pianoforte?
«Aveva iniziato col violino, qualche anno fa. Poi passò alla tastiera perché, disse, in famiglia ci sono già troppi violinisti, e aveva ragione. In questo periodo di chiusure ne abbiamo approfittato per realizzare un breve video suonando insieme in favore dell'ospedale Sacco di Milano, è stato molto emozionante, lei ha istinto, musicalità».

Ecco, allora col talento si nasce?
«Si nasce e si cresce, perché il talento va alimentato con lo studio. In questo momento vedo intorno a me molti giovani talentuosi, seri e umili che affrontano la carriera con impegno. Tra loro molti campani come Cardaropoli, i fratelli Gibboni, la Severini, Meriani che lavora con me anche nell'Orchestra Italiana, o Riccardo Zamuner col quale abbiamo recentemente fatto un bell'omaggio a Farulli. Anche per loro mi auguro che si possano realizzare nuove orchestre regionali come ce ne sono dappertutto in Germania o in Inghilterra. È importante per i ragazzi ed è importante per formare un pubblico nuovo, frutto di una cultura musicale diffusa. In Italia c'è tanta materia prima, manca l'educazione musicale di chi ci governa e purtroppo spesso i talenti sono rovinati o da cattivi insegnanti o da famiglie non adeguate». 

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