Senese è Premio Tenco: «Mai vinto nulla prima»

Venerdì 23 Settembre 2016 di Federico Vacalebre
James Senese

Ogni critico votante avrebbe da ricriminare su questo o quel riconoscimento, magari anche sull’esclusione di questo o quel disco fondamentale dalle cinquine in nomination se non addirittura nell’elenco dei candidati, ma il verdetto delle Targhe Tenco 2016 fotografa abbastanza lucidamente lo stato di salute (relativa) della canzone d’autore italiana orfana ormai, o quasi, dei grandi vecchi. Nessun dubbio che sia meritata la vittoria di Niccolò Fabi con «Una somma di piccole cose» (disco dell’anno) o di Motta tra gli esordienti con «La fine dei vent’anni», o quella di Peppe Voltarelli tra gli interpreti con il lavoro dedicato a Otello Profazio (che pure ha battuto il Peppe Barra di «E cammina, cammina), mentre sembra un premio alla memoria quello alla miglior canzone, «La bomba intelligente» scritta di Francesco Di Giacomo e Paolo Sentinelli e intonata proprio dal compianto vocalist del Banco del Mutuo Soccorso nell’ultimo disco di Elio e le Storie Tese. Ex aequo, sul fronte della canzone in dialetto, tra James Senese & Napoli Centrale «(«’O sanghe», con testi dell’eterno pard Franco Del Prete) e Claudia Crabuzza, che centra un exploit con il catalano di Alghero usato in «Com un soldat».
James, si tratta per te forse del primo trofeo importante di una carriera iniziata negli anni Sessanta.
«È vero, arriva a 71 anni, dopo una pletora di premiucci che mi davano solo come scusa per farmi suonare da qualche parte. È bello che me lo consegnino il 20 ottobre all’Ariston di Sanremo, visto che io non sono certo un animale da Festival, mi piace che me lo abbia assegnato una giuria di 230 giornalisti specializzati. Si vede che il disco è riuscito a passare dove altri miei lavori non erano riusciti, non so nemmeno io perché: è bello, forte, sincero, dolente. Ma anche in passato Senese, con o senza Napoli Centrale, viaggiava su queste altezze».
Forse finalmente viene riconosciuta la centralità del tuo sassofono e del tuo suono nella scena italiana. Dagli Showmen, primo gruppo r’n’b italiano, a Napoli Centrale, che aprirono la strada al jazz rock di casa nostra. Dal neapolitan power con Pino Daniele alla tua produzione solista. Senza mai compromessi.
«Mettiamola così: non è mai troppo tardi. Sono contento per me, per chi lavora in me, per la mia band, per la scena napoletana che è vitalissima, non a caso ho battuto amici come gli Almamegretta di “Ennenne”, con cui divido spesso il palco, o il Daniele Sepe di “Capitan capitone e i fratelli della costa”: anzi ho vinto anche per loro e con loro. C’è una bella onda giovanile in città, capace di riconoscere il lavoro fatto da noi, che un po’ siamo i loro padri putativi e un po’ i fratelli maggiori».
Gli Showmen avevano imposto in classifica il soul in italiano. I Napoli Centrale più che a Otis Redding e a Sam Cooke guardavano a Miles Davis e ai Weather Report. Come decideste di usare la lingua napoletana?
«Inseguivamo la rivoluzione, ascoltavamo musica che tv e radio non passavano, ma non volevamo copiare gli americani. Io quel suono lo avevo nel sangue, nella pelle, per via di mio padre. Ma il napoletano era la mia lingua, non avrei mai potuto usarne un’altra. Ed era perfetto per parlare dello sfruttamento dei braccianti, di un vecchio mondo che tramontava e di un nuovo mondo che non sarebbe nato come sognavamo noi».
Il tour di «’O sanghe» quest’estate è andato benissimo.
«È vero, abbiamo suonato molto, e anche al Nord hanno risposto come mai prima. Si vede che dovevo invecchiare prima di raccogliere quello che ho seminato in mezzo secolo di musica».

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