Sfera Ebbasta: «Io, re della trap
anzi novella Rockstar»

Sfera Ebbasta
di Enzo Gentile

Ipocrisia, falsa modestia, vera umiltà sono concetti del tutto assenti dal suo universo espressivo e comportamentale: Gionata Boschetti, classe 1992, da Cinisello Balsamo, cintura industriale di Milano, meglio conosciuto come Sfera Ebbasta, in un paio d’anni ha conosciuto un trionfo clamoroso, diventando the king of trap, evoluzione electromelodica del rap che detta legge in classifica in mezza Europa.
Per spiegare il suo status attuale afferma senza nessuna autoironia che «un disco come questo in Italia non esiste: ogni pezzo del mio nuovo album, “Rockstar”, è una novità assoluta. Certo, gli argomenti sono comuni anche ad altri artisti, ma la differenza sta nel come si parla di certe cose, dal suono che gli si offre e, nel mio caso, anche dagli interventi degli ospiti, i più forti a disposizione. E qui abbiamo fatto qualcosa di grosso».
Parla di Tinie Tempah, Quavo, Miami Yacine, Rich the Kid, Lary Over, DrefGold, coinvolti nel suo universo sonoro, a cui ha già dedicato anche un libro, «Zero», e che presto diventerà un tour, naturalmente «epocale», al via il 7 aprile da Nonantola (Modena), per chiudere prima della tranche estiva ancora da definire, a Napoli, Arenile di Bagnoli, il 26 maggio: intanto per promuovere «Rockstar», la trapstar sarà mercoledì a Napoli (alle 14 alla Feltrinelli Express della stazione) e Salerno (18.30, ancora in Feltrinelli). «Rockstar» è disponibile anche in una versione speciale, con dvd e book fotografico.
«Nei testi parlo senza problemi di me, non faccio mistero di quello che mi circonda. Parlo spesso di soldi perché ricordo bene di quando non avevo nemmeno un euro in tasca. Ora sono famoso, mi cercano tutti coloro che fino a ieri mi voltavano le spalle. Ma la sfida è solo con me stesso», assicura.
Che cosa è cambiato con il successo?
«Le ragazze mi prestano più attenzione, guadagno tanto, sono felice di fare stare bene mia madre, che mi sgrida ormai soltanto per la storia delle droghe, anche se io non prendo pastiglia o robe pesanti. Insomma cerco di limitarmi, anche se nel privato mi sento libero di fare quel che mi pare».
I testi non parlano più di spaccio e periferia, però.
«Le mie canzoni rispecchiano la verità: la mia giornata tipo è cambiata del tutto, per questo canto di tutti gli Uber che prendo. Questo disco è il riassunto del mio cambiamento».
Ha mai pensato che all’ascesa rapida potrebbe corrispondere un declino altrettanto veloce
«Non ho paura di cadere, sono sicuro che troverei altrove le soddisfazioni di cui ho bisogno, seguendo le mie passioni, come occuparmi di piercing e tatuaggi: ne ho molti, in gran parte autobiografici. Ma credo di poter resistere a lungo sulla cresta dell’onda. E anche dovessi tornare a vivere a Cinisello e non avere niente, avrei comunque fatto una cosa così grossa e bella con questi dischi da sentirmi sempre ricco».
Si va verso le elezioni: nulla da dichiarare al pubblico dei giovani fans confusi?
«No, in questo campo sono un ignorante totale e, proprio perché a seguirmi sono tanti ragazzi tra i 18 e i 24 anni, non voglio correre il rischio di influenzare nessuno. Bisogna pensare con la propria testa, io sono solo un rapper, inadeguato a parlare di politica. Come di calcio».
Già, un rapper, anzi un trapper. Perché, allora, quel titolo, «Rockstar», o il ciondolo di una Gibson al collo?
«Per brillare più degli altri bisogna distinguersi, cambiare, ma tenere presente le proprie radici. Io sono cresciuto con i gusti rock di mio padre, che aveva moltissimi dischi, una gran collezione di chitarre ed era appassionato di Hendrix e tanti altri: ho voluto rendere omaggio a quella generazione, ho un tatuaggio di una Fender Stratocaster, la chitarra che Jimi usò a Woodstock: quel film l’ho visto a 9 anni ed ha lasciato traccia dentro di me».
Torniamo al problema tossico: in «Sciroppo» menziona la Purple Drank, cocktail narcotico di gazzosa e sciroppo per la tosse, divenuto status symbol della trap e del nuovo hip-hop in America, additato per i suoi rischi da stelle come Gucci Mane e Future.
«Nelle canzoni non posso dire che non la uso, ma cerco di evitare di dare l’esempio sbagliato, di farmi imitare: non la vedete più nelle mie foto e nei miei video».
 
Domenica 21 Gennaio 2018, 18:10
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