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The Devils: diavoli partenopei in versione sex'n'roll

Giovedì 6 Maggio 2021 di Federico Vacalebre
The Devils

Strano ma vero: c'è rock and roll (anche) a Napoli. Merito (o colpa?) di Switchblade Erika, alias Erica Toraldo da Frattamaggiore, e Gianni Blacula, aka Gianni Vessella, da Pietravairano (Ce). Lei picchia sulla batteria e ulula alla luna, lui canta e strapazza la chitarra. Sì, la formula ricorda i White Stripes, ma il suono è ancora più cupo, estremo, rumoroso, rancoroso. Il terzo album, appena uscito, «Beast must regret nothing», sa di blues postatomico, di clangore elettrico, di stoner, di caos, sembra un'operazione a cuore aperto affrontata senza anestesia.

Il duo sta insieme dal 2015: quando Gianni vide Erika esibirsi con un gruppo punk pensò bene di corteggiarla. E lei gli spiegò che, al massimo, potevano rockare e rollare insieme, uniti, anche dalla passione per il cinema e da una certa filosofia anticristiana. Eccoli, allora, formare The Devils, il nome rubato al profanissimo film di Ken Russell (1971): due album - «Sin, you sinners!» e «Iron Butt» prodotti da Jim Diamond (White Stripes, Sonics, Dirtbombs) - e, soprattutto, tour in tutta Europa e Canada, circa 400 concerti, gli ultimi, l'estate scorsa, quando sembrava che la pandemia fosse sconfitta, o quasi, in Svizzera. «Se dovessimo campare con l'Italia moriremmo di fame, oltre che di noia», ghigna Erika, che è la parte sexy del tandem: su disco indossa una tutina trasparente, in passato giocava a ricordare la «Killer nun» dell'omonimo film con Anita Ekberg. Insomma una Poison Ivy («è un mito») de nonatri, con Blacula che ha appena messo via gli abiti del Predicatore dei fumetti di Garth Ennis per una divisa più classica da rocker vintage e maledetto.

Il nuovo album ha il tocco vincente di Alain Johannes, produttore di Queens of the Stone Age, Them Crooked Vultures, Chris Cornell, PJ Harvey: «Lo abbiamo contattato mentre era in Italia per un tour, pronti a ricevere l'ennesima delusione, ma ci ha ascoltati e ci ha detto di sì», spiega la Switchblade, «portandosi appresso anche una fantastica collaborazione nientepopòdimeno che con Mark Lanegan in «Devil whistle don't sing», passaporto internazionale più che prestigioso per l'album pubblicato dalla Goodfellas, lanciato anche da un altro singolo, «Real man», surreale storia di una ragazza da marciapiede in un mondo senza più marciapiedi.

Jimmy Reed (in scaletta c'è «Ain't that lovin' you babe») e Bo Diddley si incontrano nel bel mezzo di una session dei Cramps a cui si sono aggiunti Jon Spencer e i Fugazi. Così, tanto per capirci, anche se non c'è la velocità isterica dello psychobilly né i grumi di sangue dei Gun Club, quanto la riscoperta brutalizzante di hit minori come «Don't call me any more», lanciato nel 1963 da Dee Dee Warwick, sorella di Dionne Warwick e cugina di Whitney Houston. Per portare Johannes a Napoli gli hanno promesso un mandolino cesellato dalle mani di un liutaio doc: lui, in cambio, ha suonato tutti gli altri strumenti che servivano al disco.

Nel video di «I appeared to the Madonna» Erika appare nei panni di una strega di latex rosso vestito prima di bruciare nel fuoco eterno del rock and roll, l'antica blasfemia che torna a galla, alla fine degli show si divertiva a benedire il pubblico con un vibratore. «Per noi quella che può sembrare finzione è la sola cosa reale della vita», spiega Blacula, «alla fine abbiamo capito che l'unico modo che avevamo per possedere l'uno l'altra, e viceversa, era il palcoscenico». Dove si danno da fare ricordando davvero molto la messinscena dei Cramps, luci rosse e riferimenti tenebrosi compresi, «ma magari perché ispirati dagli stessi b-movie, dalle stesse visioni cinematografiche più che per la voglia di citarli esplicitamente», conclude la negromante napoletana del garage rock. 

Ultimo aggiornamento: 19:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA