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Tommaso Paradiso: «Io americano d'Italia tra Vasco e Lucio Dalla»

Mercoledì 2 Marzo 2022 di Federico Vacalebre
Tommaso Paradiso: «Io americano d'Italia tra Vasco e Lucio Dalla»

I Jamiroquai non sono tra i, pur tanti, riferimenti di questo disco: il titolo, «Space cowboy», è lo stesso di un fortunato brano del 1994 della band inglese, ma Tommaso Paradiso l'ha scelto per il singolo che dà il titolo al suo album solista solo perché «vaccaro che ama guardare il cielo non suona bene».

Ma è davvero così che ti senti, Tommaso, un «vaccaro che ama guardare il cielo»?
«Sì, l'America è uno dei due riferimenti del disco, quell'America che ci ha colonizzato l'inconscio grazie al cinema, ma lasciandoci italiani, fieri della nostra melodia, della nostra cultura».

«Tu vuo' fa' l'americano/ ma nel cuore c'hai Vasco/ Figli della Grecia/ figli di questo posto/ che mi accarezza dolce piano piano», canti proprio in «Space cowboy».
«È il senso di questo album, del mio fare musica. Come ci ha insegnato Carosone, restiamo italiani anche quando guardiamo all'America, alla nostra America. Come ci ha insegnato il maestro Vasco Rossi, che cita James Dean ma viene da Zocca. Come ci ha insegnato Francesco De Gregori quando racconta l'America e canta Viva l'Italia. Come ci ha insegnato Lucio Dalla: oggi che celebriamo i dieci anni dalla sua scomparsa devo ricordare che è stato lui a mostrarmi la strada».

C'è tanto cinema in questo disco, per non dire del film con cui esordirai nella regia. Volessi cambiare mestiere?
«No, tra un Oscar e un tour sold out negli stadi preferirei il secondo. Il cinema è la mia passione, posso parlare per ore di Kubrick, ma la musica è il mio linguaggio, la mia vita».

Che disco hai fatto, allora?
«Quello che avrei voluto sentire, comprare in un negozio, streammare. Mi capita di confrontarmi con Paolo Sorrentino, di domandarci perché facciamo quello che facciamo: quando gli ho spiegato che io scrivo musica per ascoltare quello che non trovo in giro lui mi ha risposto che gira film per vedere quello che altrimenti non troverebbe al cinema».

Sorrentino ha girato parte di «È stata la mano di dio» nella zona dello studio di registrazione dove hai registrato il tuo lavoro, in quella costiera amalfitana che pure trova spazio tra i tuoi versi.
«Nella grande bellezza, dovrei rispondere ricitando Paolo. Un privilegio assoluto svegliarsi di fronte al golfo: Amalfi, Praiano, Positano, Sorrento... Uno scenario meraviglioso, che facilitava tutto. In sottofondo, qua e là, si sente il canto delle cicale a mezzogiorno: volevano cancellarlo, li ho pregati di non farlo».

Torniamo alla domanda di prima. Che disco volevi fare per sentire la musica che non ci gira intorno?
«Un disco di suoni anni Ottanta, con la purezza di certo pop, facendo a meno degli arrangiamenti e dei synth di cui ho abusato in passato. Che guardasse alla scuola Vasco-Carboni-Stadio, che fosse animato da una batteria molto presente, da un basso ispirato al John Lennon solista. Che confessasse il mio amore per l'America ma da italiano: conosco i grandi western a memoria, ma se devo scegliere penso a Sergio Leone o a Lo chiamavano Trinità. Che recuperasse quelle chitarre indie anni Novanta troppo presto dimenticate: penso agli Strokes, agli Arctic Monkeys».

Le citazioni/omaggi sono tante.
«Adoro i maestri che sanno copiare, che sanno farsi ispirare, da Picasso a Tarantino. Tra i miei brani troverete riferimenti espliciti a Goodbye kiss dei Kasabian o a Oh my love di Lennon: sono voluti».

Partiamo dall'inizio: il primo pezzo è «Guardarti andare via».

«È davvero l'inizio: venivo da un tour di 36 date negli stadi con celebrazione al Circo Massimo e mi trovavo solo soletto nella mia stanza da letto a guardare il soffitto. Un attacco d'ansia, di depressione, di solitudine, da cui nasce quel desiderio egoistico riferito alla mia fidanzata: Vorrei che non lavorassi più».

«Amico vero» è divisa con Franco 126.
«Lui è davvero uno dei miei amici. Noi due siamo quanto di meno tecnologicamente evoluto ci sia, non possediamo nemmeno il computer. Un giorno ci siamo visti a casa mia, mi sono messo al pianoforte e ci siamo chiesti di che cosa volevamo parlare e lui, con un tono alla Califano, mi ha proposto: Descriviamo l'Italia come se la stessimo attraversando su una macchina scoperta».

Video

Un'immagine che ricorda l'Italia del «Sorpasso».
«Ma è l'Italia di oggi, con noi due amici veri».

«Una ragazza che ci sta/ ma pure se andremo in bianco/ una risata e passerà». Chi sono i tuoi altri «amici veri» nell'ambiente?
«Calcutta, con lui ci sentiamo e ci confrontiamo davvero spesso, tanto che i nostri manager ci vedrebbero in tour insieme, una cosa alla Banana republic: ci siamo scambiati persino i profili Instagram, che vuoi che sia fare uno stadio insieme a Roma? E poi Elisa, Jovanotti, Ultimo, Salmo, Takagi e Ketra, Dario Faini...».

Presentando alla stampa «È solo domenica» ti sei messo a piangere.
«La commozione mi ha tradito, è un brano dettato da una perdita, da una persona che non c'è più. Dentro c'è un basso che suona un sol maggiore strano, spero che i ragazzini che mi ascoltano si lascino conquistare da qualche suono non standardizzato».

Chi è «Silvia» che vuole andare a ballare?
«Una scusa per quel revival Strokes/Arctic Monkeys di cui parlavo prima. Il verso tanto dura solo un'estate mi arriva da Enrico Vanzina, uno dei miei intellettuali di riferimento, che citava un suo amico. Ma forse era la vita sono tante estati, non ricordo bene».

Poi arriva «Tutte le notti», tra i singoli che conosciamo già come «Lupin», «La stagione del cancro e del leone», «Magari no».
«Nel videoclip ci sarà Christian De Sica, ne sono orgoglioso, anche se qualche snob lo discrimina per i cinepanettoni o qualche gag volgarotta, lui è un grandissimo attore, unico anello di congiunzione tra la commedia all'italiana che fu e quella dei giorni nostri».

Ma com'è cambiata la tua musica rispetto a prima, al Tommaso Paradiso leader di Thegiornalisti?
«Per niente. I dischi li facevo io allora come oggi, In studio all'epoca, c'eravamo solo io e il produttore. Lo stesso vale per questo disco, che ho inciso insieme a Federico Nardelli. Anche se gli avvocati non vorrebbero sentirmi dire queste cose».

Amadeus ti voleva davvero a Sanremo?
«Io non ci ho mai pensato, né andrò mai in gara al Festival. Però mi piacerebbe che chi non ha voce, magari perché è un cantautore, o perché lo fotte l'emozione, possa proporre il suo pezzo in playback. Altrimenti è inevitabile che arriva Elisa e trionfa, con l'ugola che ha: dovrebbe essere il Festival della canzone italiana, non del cantante».

Il 26, 27 e 28 aprile arriverà nella sale «Sulle nuvole», il tuo primo film da regista, storia d'amore e musica con Marco Cocci e Barbara Ronchi.
«Era una storia che sarebbe stata stretta in una canzone. Il protagonista mi assomiglia un po': è un musicista (ma in disarmo), ha il gusto dell'eccesso, la paura del palcoscenico e il piacere per il vino. Ma speriamo di fare una fine diversa».

Il tour nei palasport è diventato tour teatrale.
«Era l'unico modo per fare concerti in questo momento: iniziamo il 25 marzo da Jesolo. E il 29 ci vediamo a Napoli, al Palapartenope».

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