Tommaso Primo: «Canzoni tra prostitute, pedofili e Napoli»

Giovedì 17 Giugno 2021 di Federico Vacalebre
Tommaso Primo 2021

Il coro postvivianeo delle prostitute di via Argine che apre «Madonna nera», primo singolo tratto da «Favola nera», quarto album di Tommaso Primo, dà il tono di un lavoro (anche troppo) complesso, di un sasso nello stagno di quel cantautorato newpolitano che forse non ha ancora raccolto quello che merita.

Sono nove le favole nere messe in fila nel disco (Full Heads/Arealive), le storie di ordinaria desolazione, snocciolate senza filtro, schizzate, a tratti, da un moralismo che dice della rabbia, del disagio, che vive l’autore. «Ho scritto queste canzoni a Londra, scappato dalla città dopo che l’album “3.103” mi aveva fatto litigare con il pubblico che voleva da me sempre la semplicità e la gioiosità di canzoni come “Gioia” o “Viola”, con cui mi sono fatto conoscere. Ho abbracciato la complessità, sono scappato a Londra a casa di Pete Briquette dei Boomtown Rats, ho composto gran parte delle canzoni sulla chitarra di Bob Geldof, ma ho scritto solo e soltanto in napoletano, di Napoli», confessa il trentunenne di Marechiaro che per scrivere «Madonna nera» ha frequentato le puttane nigeriane di via Argine («il loro nome in codice è Fortuna, si chiamano tutte così»), i loro papponi, i trans, i clienti e alla fine ha messo in croce proprio uno di quest’ultimi, un «puttaniere» che tradisce la moglie e si ritrova la figlia sul marciapiede.

«Ho autocensurato il titolo che volevo per mettere il disco in concerto: si doveva chiamare “Storia doce ‘e santarelle, scornapiecure e fesse frizzanti”», continua Tommaso, approdato con i due dischi precedenti a un tono da tropicalista verace, ma qui napoletano al cento per cento, tra le atmosfere vivianee, le canzoni d’amore («Femmene» con Denise Capezza, ma soprattutto «Forcella dream»), le partecipazioni eccellenti (Peppe Barra), gli echi di Pino Daniele, Eugenio Bennato, ma anche Nino D’Angelo e persino Peppino Di Capri, oltre agli arrangiamenti di Giuseppe Spinelli. Narratore delle miserie metronapoletane, figlio del Peppe Lanzetta narrautore del nostro Bronx, ma anche di Ferdinando Russo, TP mette le mani nel peggio del nostro quotidiano: «Vico Pace» è l’indirizzo di uno scandalo pedofilo cittadino «a circa ciente passe d’’a Quistura»; «Onorato delitto ‘e passione» racconta un operaio che scopre la fidanzata in compagnia di un boss e li uccide tutti e due, come in una vendetta di classe, come nel più bieco femminicidio; «Ludopatico d’amore» è la storia di un ragazzo che diventa ragazza nonostante tutti i problemi «ambientali»; «Partenope» è un atto d’accusa travestito da melodia canaglia con tanto di mandolini d’ordinanza retorico-identitaria: «È la storia di una sirena stuprata, ma noi non la vogliamo vedere così, la raccontiamo bella e buona».

Arruolando Roberto Colella (La Maschera), Dario Sansone (Foja), ma anche Il Cile e Jrm dei 99 Posse, TP mette dentro il suo disco fin troppe cose, fin troppa vita, immaginandone anche il seguito, «Il Vangelo Primo Tommaso»: «La religione al centro, l’umanità pure, non riesco a cantare i tormentini dell’estate, lo spritz in piscina, scrivo quello che vivo e vedo. Non volevo fare altro che cantare l’amore, ma il declino culturale che vedo spolpare, insieme alla piovra camorra, la nostra città, mi ha trasformato in un guerriero».

«Favole nere» che conoscono poche sacrosante certezze («’a fessa, se vo’, ‘o core arrevota») e che, probabilmente, meriterebbero una messa in scena, un racconto più aperto, teatrale, audiovisivo, multimediale, che diano modo al cantautore di mostrare il punto di vista dei vari protagonisti delle sue canzoni. A partire della bambenelle di via Argine, le Fortune/Madonne nere arrivate dalla Nigeria per vendere corpi sempre più provati a clienti che invecchiano in strada con loro, incapaci di passioni non comprate. Canzoni neorealistiche, comizi pasoliniani d’amore che accettano il colore folk del neoralismo e affidano l’incipit a «Cavalleggeri è New York nella storia di Laura», con la consapevolezza che la periferia comincia già dalla finestra della ragazza del titolo, che pure vede il mare, ma attraverso il cemento e l’amianto che hanno rubato Bagnoli a Napoli e i napoletani. Il suo sogno di scappare dalla quotidianità di tv, sigarette, ragazzi e amiche a perdere è anche il sogno di TP che pure è nato sotto la fenestrella di Di Giacomo e ha scritto queste canzoni sulla chitarra dell’uomo del «Live aid»: «Mi sento un operaio terrone musicale, non voglio inseguire il mainstream, sono uscito dal buio in cui ero finito grazie anche alla terapia di scrittura di questo disco. Ora rivedo la luce, grazie anche ad una fanbase eccezionale. Che vuole sentire quello che ho dentro, non quello che altri con tanta falsità da commercianti tirano fuori».

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