Tony Esposito e i 40 anni di Kalimba de luna: «Successo pagato caro»

Remix di Danny Losito e Joe Mangione con l'ok del musicista

Tony Esposito
Tony Esposito
Federico Vacalebredi Federico Vacalebre
Venerdì 24 Maggio 2024, 08:00 - Ultimo agg. 25 Maggio, 19:28
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Tutto cominciò in Nigeria, Tony Esposito, il fantasista ritmico del neapolitan power, era in tour con Musica Nova, protagonista di un festival panafricano. Da sempre innamorato delle percussioni etniche, comprò una kalimba: «La chiamano anche sanza o pianoforte da un pollice», ricorda oggi, «è un antichissimo strumento formato da un numero variabile di lamelle di legno (generalmente ricavate dalla canna di bambù e di giunco) o di metallo, applicate su una scatola o una zucca che fungono da cassa di risonanza. Uno strumento in sintonia con quello che stavo facendo suonando padelle, buatte di pomodori, pentole». 

Qualche anno dopo, «verso Natale, ricordo i mandarini», Tony si ritrova a casa di Joe Amoruso a fare musica: «Ci eravamo legati militando nel supergruppo di Pino Daniele, lavoravamo a quello che doveva essere il mio secondo lp per la Cinevox, tirai fuori la kalimba e il tamborder, un tamburo elettronificato di mia invenzione.

Nacque un brano che ci piaceva, quattro note come le quattro lamelle della mia kalimba: lo portai al mio produttore, Willy David, che a sua volta lo fece ascoltare a Franco Bixio: “Se ci mette le parole lo porto al “Disco per l’estate”, promise il discografico. Ero tentato, ma anche no: facevo musica strumentale, libera, senza compromessi, metterci le parole, accettare le regole della canzone... “Proviamoci”, mi dissi, entrammo in studio con Mauro Malavasi a Bologna, chiamai Gianluigi Di Franco, caprese, bellissima voce della progressive band Il Cervello. “Nella terra del sole”, diceva il primo verso, proprio non mi scendeva giù, lui suggerì l’inglese, “In the land of the sunshine...”. Andava meglio».

«Kalimba de luna» doveva essere e «Kalimba de luna fu». Il 45 giri, finito di scrivere con la complicità anche di Remo Licastro, uscì nel maggio 1984, quarant’anni fa, singolo di lancio di «Il grande esploratore». Fu un successo, vinse «Il disco per l’estate», arrivò sino alla sesta posizione in hit parade. Ma... 

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Ma cosa, Tony?
«I Boney M, celebre progetto disco music, avevano registrato la mia esibizione in tv al concorso di Saint Vincent e incisero il mio pezzo prima che io lo mettessi su vinile». 

Così...?
«Così quando io arrivavo da qualche parte con la mia canzone mi dicevano tutti: “Ma questa è quella dei Boney M”. Quando io provavo a scalare qualche classifica internazionale - arrivai quinto in Svizzera - c’erano già loro in cima».

Come era stato possibile?
«Bixio gli aveva concesso i diritti, non potevo farci niente. Ero inviperito e spaventato».

Perché spaventato?
«La musica stava cambiando, anzi era finita. Herbie Hancock era costretto al pop di “Rock it” suonando su una tastierina Midi. Io mi ritrovavo in una compagnia di giro con i Duran Duran e Spandau Ballet, non facevamo concerti, ma un brano, sempre quello. Non era quello che avevo in mente». 

Però arrivarono i soldi, la fama...
«Sì, accettai la svolta. Arrivarono altre cover: Gibson Brothers, Pepe Go to Cuba, addirittura Dalidà, quindici milioni di dischi venduti ha calcolato qualcuno. I soldi? C’erano, ma dalla Russia e dal Brasile non arrivò una lira, il business restavano i concerti».

Però bisognava bissare l’hit.
«Impossibile, era nato per caso, come un suono caraibico e festoso, non come una canzone. Io facevo musica con Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo, Karl Potter, avevo registrato il brevetto del tamborder e mi trovai catapultato in un altro mondo: oltre al cantante, e per fortuna avevo Gianluigi che poi ci ha lasciati troppo preso, mi servivano le coriste, bisognava fare tanta tv. Accettai la svolta, curioso di vedere com’era dall’altra parte. L’anno dopo, con “Papa Chico” confermammo il nostro exploit, nel 1987 andai a Sanremo con “Sinuè” ma non funzionò. Oggi, però, ai miei concerti mi chiedono più “Rosso napoletano” che i successi pop. È, per fortuna, prima che se ne andasse anche Pino Daniele ci eravamo ritrovati ed eravamo ripartiti con la vera musica».

Però in questo quarantennale hai deciso anche tu di puntare su un amarcord di «Kalimba de luna».
«Non è una mia idea, io non festeggio nemmeno il compleanno, ma un remix di Danny Losito e Joe Mangione. Non li conoscevo, mi sono informato, ho ascoltato il loro lavoro e ho dato il mio Ok: dicono che in discoteca funziona. Non è una cover, hanno preso solo alcune frasi e le fanno girare. A proposito: ma lo sai che Maradona usava quel pezzo per allenarsi?». Storie di quarant’anni fa, storie di una kalimba sotto la luna. 

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