Ultimo, «solo» e primo: «Ma il successo si paga caro»

Lunedì 1 Novembre 2021 di Federico Vacalebre
Ultimo, «solo» e primo: «Ma il successo si paga caro»

«Io sono il solito stronzo che parla sempre di se/ ma lo faccio perché tu non veda la parte vera di me», canta Niccolò Moriconi, 25 anni, da Roma, San Basilio, che nell'autocommiserazione ci sguazza sin dagli esordi, sin dal nome d'arte scelto, Ultimo, sin da quando si è presentato nel mondo della canzone scartato, quasi contemporaneamente, da «Sanremo giovani», «X Factor» e «Amici». Della prima esclusione si sarebbe vendicato platealmente vincendo nella categoria festivaliera delle Nuove Proposte nel 2018 con «Il ballo delle incertezze», inizio della sua inesorabile scalata al successo. Qualcuno pensava che il lockdown, con lo slittamento del suo tour di tutto esaurito negli stadi (compreso, è la prima volta, un doppio concerto al Maradona di Napoli, il 25 giugno, già sold out, e il 26), avesse cancellato il suo momento d'oro, la straordinaria e privilegiata intesa trovata con il pubblico, ma lui ha dimostrato che così non è, pubblicando un album lanciando quasi in sordina, «Solo», arrivato subito in cima alla classifica dei dischi più venduti in Italia con numeri da record (è il quinto più ascoltato nel mondo), mentre i tre precedenti («Colpa delle favole», «Peter Pan» e «Pianeti») sono ancora nella top 100.

Orgogliosamente «solo» e primo, Ultimo riparte da se stesso (ha fondato la Ultimo Records) e non rinunciando alla sua poetica ombelicale sin dal primo dei 17 brani messi in fila, «Il bambino che contava le stelle» in cui si mette a nudo, anche a costo di sembrare antipatico: «Non mi piace parlare/ ma mi piace sentire/ Non mi piace studiare/ ma mi piace sapere.../ Ho sperato tanto di ottenere ciò che voglio/ voglio avere tutto ma non voglio tutti addosso».
Più convincente nelle ballate che nei brani più mossi, capace di intuizioni liriche discrete come di immagini ben più scontate («io sono una nuvola sola sola nel cielo aperto»), Niccolò canta l'«Isolamento», e qui la pandemia è esistenziale prima che virale, la fidanzata («Quel filo che ci unisce»), la sua generazione come «Supereroi» (brano che ritroveremo a Natale nel film di Paolo Genovese) da incoraggiare ma soprattutto da raccontare come ribelli senza pausa né causa: «Io mi sento come le risate spente dalla polizia/ come quei ragazzi che stanno buttati giù in fondo a una via.../ Io non so che cosa c'ho/ cresco dentro, non lo so».

Un po' Venditti e un po'(di più) Fabrizio Moro, un po' Baglioni e un po'(di più) Renato Zero e Marco Masini, ma, soprattutto, molto Ultimo, ostinato a fare di testa sua, a mostrare al mondo, critica musicale compresa, la sua perseveranza. La mamma e gli amici sono gli unici punti fermi, il rap che serve per dare voce alla rabbia che ancora gli rode dentro»: «Quando avevo 15 anni andavo al parco con le cuffie/ Adesso ce ne ho 25 e vado al parco con le cuffie/ Mi piace ricominciare da dove sono partito/ per essere tale e quale al ricordo di me bambino./ Mio padre mi disse svegliati e cercati un bel lavoro/ in effetti lo cercai ma poi persi quello che sono./ Mi sedetti al pianoforte feci un patto con il sangue/ per vincere avrò la musica».

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Piaccia o meno, in modo meno internazionale dei Maneskin, Ultimo è al centro della colonna sonora della giovane Italia, quella che vuole «Non sapere mai dove si va», quella precaria anche quando, come lui, è all'apice di un successo indicibile: oltre due milioni di dischi, oltre un miliardo di stream su Spotify e, recita un comunicato stampa, «con il tour previsto per il 2022 sarà l'artista più giovane di sempre a intraprendere una tournée negli stadi». «Perché purtroppo, vedi, è questo che fa sto successo/ fa dire a tutti come sei, ma nessuno va dentro», prova a ricordare lui, almeno a se stesso.
Il pianoforte per amico ma la chitarra pure, la voglia di aprire le melodie come in una pop song di una volta, il tono ora cazzeggiante ora pensoso («Voglio averti, ma non dentro sto telefono/ fotografa dentro se vuoi quest'attimo/ vedrai che puoi tirarlo fuori se ti serve sempre/ provare nostalgia tra un anno, anche questo ti serve»), Ultimo fa finta di sentirsi «Solo», consapevole di avere alle spalle un esercito, di fan, di coetanei incazzati come lui.

Così eccolo «Solo» in mezzo a loro, come il Vasco Rossi di «Siamo solo noi», di «Siamo soli», e il paragone non appaia improvvido. Il resto sono echi di blues, una spruzzata di gospel («Tutto questo sei tu»), ma, soprattutto, dichiarazioni da manifesto socio-politico: «Non amo questa politica immersa nel perbenismo.../ Non amo la religione che avanza mentre indietreggia/ Non amo chi fa la predica e nella testa bestemmia... / Non amo le tue divise in cui senti di essere forte/ Non sei quello che hai addosso, ma quel che sogni la notte.../ Non amo gli inviti scritti alle feste di gente in gamba/ perché ero quello che voi tenevate sempre alla larga/ Sì, quello che aveva un sogno come unica sua arma/ Si, quello che tu chiamavi: Quel tizio strano che canta... / Non amo questi soldi, mi rendono solo fragile».

«2:43 am» chiude il disco con una voce nuda adagiata sul suono di un pianoforte: è l'unico brano che Niccolò ha anche prodotto, oltre ad aver scritto e cantato e suonato tutto da «Solo». Eppure non è una canzone di solitudine: «C'era lei a contare le stelle con me».
 

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