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Napoli, Vasco Rossi e la sua tribù: il Komandante infiamma lo stadio Maradona

Martedì 7 Giugno 2022 di Federico Vacalebre
Napoli, Vasco Rossi e la sua tribù: il Komandante infiamma lo stadio Maradona

Eh, già, siamo qui. Lui, noi, i 45.000 del Diego Armando Maradona. Fuori dallo stadio il resto di Napoli si chiede che cosa abbia di speciale questo settantenne, dentro il dubbio non se lo pone nessuno. «Finalmente», esclama lui, e loro sanno esattamente di che cosa sta parlando. E quando attacca «XI comandamento» poco importa se un po’ c’è l’ha anche con loro, con i loro telefonini sempre accesi, anche adesso, quasi conti più testimoniare la propria presenza, il proprio aver risposto alla chiamata, che godersi il garrire delle chitarre. Il rock no-social è il rock più sociale che esista, il dodicesimo comandamento stanotte è divertirsi, parlare, godere, godere, godere. 

Lui, Vasco Rossi da Zocca, gode come un matto, spalanca gli occhi azzurri sulla folla partenopea, il feedback emozionale è pazzesco. Il messaggio è netto, lo chiarisce subito in «L’uomo più semplice»: «Siamo vivi». Vivo è il pubblico che inizia a saltare a ritmo come farà per tutta la notte, ballate escluse: per quelle sono d’obbligo gli abbracci, i baci, i tentativi di corteggiamento.

Lo show si ripete identico come visto nella prima a Trento, ma è sotto il fronte del palco che le cose cambiano: l’entusiasmo è alle stelle, la passione pure. Vivi e vegeti allora, ma con una voglia pazzesca di fare casino insieme con quella rockstar fuori dai parametri. Vita spericolata o meno, di lui si fidano, con lui cantano: «Ti prendo e ti porto via», «La pioggia la domenica», «Un senso», e che un senso questa vita non ce l’ha lo sanno tutti, lo sappiamo tutti, ma cantandolo sembra di intravederlo un senso almeno nella comunità che si ritrova agli ordini del Komandante, felice sul prato, felice sugli spalti. Felice della propria «normalità», felice della propria «diversità». «L’amore l’amore» reclama il diritto a una vita sentimentalsessuale senza problemi di genere, e l’inno ha una portata particolare in bocca a un cantautore più volte accusato di machismo.

 

Macho micio, il rocker si concede una pausa dietro le quinte durante un troppo lungo interludio strumentale, ma quando torna non ce n’è per nessuno. La band ormai è affiatatissima, i fiati sono scoppiettanti, le sei corde di Steff Burns e di Vince Pastano sono le architravi su cui regge l’intera architettura sonora, che alterna momenti acustici ad esplosioni hard’n heavy, fughe funky e revival degli anni Ottanta, assoli onanistici e più intensi momenti collettivi, sottolineati dai visual di Pepsy Romanoff, ormai di casa in questo stadio, anzi, visti i natali torresi, da sempre di casa in questo stadio.

«C’è chi dice no», «Gli spari sopra» e «Siamo soli» sono preghiere laiche, anzi profane, e un poco anche bugiarde: è difficile essere soli stanotte, o, almeno è più facile far finta di non essere soli, far finta di essere sani. Dal passato arrivano «Ti taglio la gola» e «Sballi ravvicinati del terzo tipo». Il presente è burlesque come i topless al vento sollecitati da «Rewind», un rito nel rito, liberatorio, se lo concedono timide liceali e spavalde guerriere della notte. Una minoranza, certo, ma il bello qui è proprio non aver paura di mostrarsi minoranza, compresi gli alias, quelli che arrivano qui vestiti da Vasco Rossi, da cosplayer del loro supereroe preferito, l’unico che non li ha traditi mai, anche quando ha perso, anche quando ha pagato pegno per i suoi errori.

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«Toffee» ha anche l’assolo di sassofono originale, «Sally» è come sempre in equilibrio sopra la follia, ma nessuno ha bisogno di psicofarmaci, c’è lo psicoconcerto a curarli, a curarci. Anche con gli inevitabili slogan pacifisti, contro la guerra, e non solo quella in Ucraina.

Anche perché il gran finale si celebra come di dovere. È cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di contentezza estrema urlare «Siamo solo noi» quando si è in 45.000 con il Blasco sul prato del Diez.

È cosa matta e bella cantare la «Vita spericolata» insieme con un supernonno rock sopravvissuto alla grande. È cosa tenera, come tenera è la notte di Napoli, andare via dopo le note di «Albachiara». Fuori lo stadio tra poco si chiederanno se vale la pena di sopportare l’ingorgo per questo settantenne, nello stadio che si svuota l’unica domanda è: quando lo rifacciamo di nuovo? Quando ci rivediamo sotto il palco di Vasco? 

Ultimo aggiornamento: 8 Giugno, 14:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA