Sanremo, vince Mahmood: il rapper italiano d'Egitto

Domenica 10 Febbraio 2019 di Federico Vacalebre

«Mille giorni di te e di me»: l'incipit stavolta potrebbe servire a indicare la voglia matta di un terzo Festival, mille giorni di lavoro per le tre edizioni più o meno. Ma poi la commozione di un Baglioni di bianco vestito, i ringraziamenti e le scuse, lasciano un dubbio: arrivederci o addio?

In attesa dell'inatteso trionfo di Mahmood, seguito da Ultimo e Il Volo, le lacrime scorrono copiose, sin troppo: sul viso di Bisio, decisamente sottotono in queste cinque serate, ma anche di Anna Tatangelo e di una febbricitante Arisa e di un lanciatissimo Cristicchi e di Nigiotti, sembra quasi una epidemia chiagnazzara. Silvestri-Rancore, Ghemon, Motta, D'Angelo-Cori, Achille Lauro e Zen Circus sono emozioni vere, mentre Ultimo («I tuoi particolari») sfodera la sua migliore interpretazione inseguendo quella vittoria a cui sembrava predestinato sin dalla vigilia, anzi fin dall'annuncio ufficiale di un cast che ha rottamato la tradizione sanremese in favore dei gusti della nuova generazione. Quella nuova generazione che il Festival ha blandito mettendo in scena finalmente la sua musica, ma anche punito, proponendogli siparietti da avanspettacolo dell'altro millennio: stavolta spunta fuori prima Macario e poi «E la vita e la vita» divisa da Pozzetto con lo Stato Sociale. L'effetto karaoke all'Ariston, e in sala stampa, e a casa, scatta quando Eros Ramazzotti divide con il divo Claudio «Adesso tu», il brano con cui conquistò il Festival nel 1986: archeologia melodica per i ragazzi rap&trap, memoria vivissima per i diversamente giovani, che si godono (si fa per dire) anche il balletto latino di «Per le strade una canzone» in duetto con Luis Fonsi, quello di «Despacito».
 

 

«Cosa aspetti di me» regala la terza standing ovation alla ritrovata Bertè: anche al di là del risultato finale, Loredana è la vincitrice morale della kermesse, così concentrata sul suo pezzo da rinunciare a mattane, trovate di look, sbalzi di umore. Intanto, per dire com'è folle la terra dei cachi, il giurato d'onore per mancanza di prove Joe Bastianich, ristoratore italoamericano con attitudini soniche, twitta dall'Ariston e poi cancella un messaggio assolutamente al di sopra delle parti: «Vota Negrita». E la credibilità della giuria, pur diretta da un signore della musica italiana come Mauro Pagani, ma per il resto composta da non musicisti, crolla del tutto: era stata inventata, quando si parlava di «esperti», per mitigare l'eccessiva influenza del televoto, lo sbilanciamento in senso giovanilnazionalpopolare, ora serve a far pesare il ruolo di attori, vippettini e influencer gastro-economici.

Sommati i risultati delle serate precedenti e della finale, votano i giurati di (poco) onore e la sala stampa, si scalda il televoto e si arriva alla corsa finale a tre (la sala stampa conta per il 30%, la giuria di Bastianich & Co per il 20, il televoto per il 50). Mahmood canta, ma non si sente, ha il microfono muto, poi i tecnici rimediano al guasto e alza la temperatura e il ritmo: l'italoegiziano scompagina il Festival che capitan Salvini voleva/vorrebbe in stile «prima gli italiani», perché lui italiano è, ma canta anche in arabo. «Soldi», scritta con Dardust e quel Charlie Charles già dietro il successo di Sfera Ebbasta, sarà uno dei rari tormentoni lanciati da questo sessantanovesimo Festival della canzone italiana, anche di seconda generazione, con l'italocubano Einar a rafforzare la scena, non la qualità. Solo a dicembre il ventiseienne era in gara tra i Giovani, ora si mangia alcuni dei big della nostra canzonetta e gran parte della giovane scena italiana, sovvertendo il pronostico che voleva Ultimo primo con I tuoi particolari, ma anche Il Volo (Musica che resta), il trio belcantista già vincitore qui (nel 2015 con «Grande amore»). Un terzetto under 30, tanto per chiarire il rinnovamento in atto, piaccia o non piaccia, tra hip hop mediterraneo, nuova canzone d'autore e romanze pop.

Questa, fuori dal podio, la classifica, comunicata tra i boati di dissenso dell'Ariston: Bertè, Cristicchi, Silvestri, Irama, Arisa, Achille Lauro, Nigiotti, BoomDaBash, Ghemon, Ex Otago, Motta, Renga, Turci, Zen Circus, Carta-Shade, Nek, Negrita, Pravo-Briga, Tatangelo, Einar. Scandalosamente ultimi Nino D'Angelo e Livio Cori.
Virginia Raffaele, che fa rimpiangere i suoi Sanremo precedenti e le sue maschere, mostra ancora il suo virtuosismo con un medley canoro in cui è più Malika Ayane di Malika Ayane e più Patty Pravo di Patty Pravo. Baglioni duetta anche con Elisa («Vedrai, vedrai»), dall'omaggio a Tenco non proprio riuscitissimo si passa al numero jannacciano di «Vengo anch'io». Gli autori sono stati tra i punti più deboli di questo Sanremo, per loro ha lavorato Baglioni svecchiando cast e - quindi - platea televisiva, ma poi restando vittima del fuoco amico di uno show svogliato, distratto, povero di superospiti degni di questo nome (siamo passati da David Bowie ad Alessandra Amoroso) piuttosto che del fuoco nemico di una controprogrammazione inesistente.

Ultimo aggiornamento: 10:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA