James Taylor pronto per Pompei:
«La grande bellezza che manca agli Usa»

di Federico Vacalebre

Il 12 marzo compirà settant'anni, e, spiega, «il tempo mi ha insegnato che nulla dura per sempre. Da giovane pensavo che tutto sarebbe stato eterno, ma ho capito che non è così. Tutti noi riflettiamo sulla fine, su come smettere, Paul Simon ha appena deciso di scendere dalla giostra, era il suo momento, ma io non so fare altro, continuerò ad andare in tour fino a quando potrò». James Taylor, un mito del songwriting americano, non sa chi è Claudio Baglioni, ma sa che cos'è Sanremo, dove si esibirà stasera.

Davvero conosce il Festival?
«Un concorso di canzoni inedite in America non c'è, magari ci fosse. Ne ho sentito parlare la prima volta nel 1968, al primo viaggio in Europa, quando arrivai a Londra per un provino alla Apple».

La casa discografica dei Beatles.
«A volte i sogni diventano realtà. Ero in una stanzetta con McCartney e Harrison, e feci ascoltare loro la mia Something in the way she moves».

Che poi ispirerà «Something» a George.
«Il brano piacque ai due, Macca mi fece il segno del pollice verso e io esordii sulla loro etichetta: una volta nella vita può succedere».

Non fu subito un successo, ma il suo primo lp conteneva già «Carolina on my mind». Poi nel 1970 arrivò «Fire and rain» e iniziò una carriera da cento milioni di dischi venduti, forte di hit come «You've got a friend»: il brano di Carol King sarà al centro della sua esibizione stasera?
«Provarlo con Giorgia è stata un'emozione incredibile: lei ha una voce strepitosa e quel pezzo fa parte anche della sua storia. Farò anche una versione alla James Taylor, con chitarra, di La donna è mobile, dal Rigoletto di Verdi: la musica è davvero senza confini, quella americana, quella italiana, quella brasiliana: non è un problema di lingua, mi sono divertito in passato a incontrare Zucchero e Elio e le Storie Tese».

Presto tornerà nel Belpaese per tre concerti estivi: il 20 luglio a Lucca, in piazza Napoleone; il 22 al Teatro Antico di Pompei; il 23 alle Terme di Caracalla di Roma.
«Tre cornici strepitose, in America non abbiamo nulla di così storico, al massimo la Carnegie Hall a New York o Red Rocks in Colorado, ma nessun paragone è possibile. Pompei, poi, è legata alla storia del rock per il film dei Pink Floyd, e proprio Gilmour l'ha riaperta ai live, non vedo l'ora di arrivarci, di girarla da turista e poi di riempirla di musica. Sono situazioni speciali per il pubblico come per noi sul palco».

Parliamo del concerto.
«Innanzitutto con me in tour c'è Bonnie Raitt, la migliore: ci conosciamo da 45 anni, abbiamo iniziato insieme, lei è un'artista strepitosa, ma anche una splendida persona, quello che fa con la Blues Foundation per i musicisti poco fortunati è prezioso. Poi ci saranno Steve Gadd alla batteria, Louis Conte alle percussioni, Kevin Hays alle tastiere, Mike Landau alla chitarra, Walt Fowler ai fiati, Jimmi Johnson al basso, Lou Marini ai fiati, più, ai cori, Arnold McCuller, Andrea Zohn e Kate Markowitz».

Ha fatto la pace con Trump e la sua America?
«È impossibile, non solo perché sono democratico e credo che Obama sia stato il miglior presidente di sempre. The Donald ha vinto democraticamente, ma non capisco ancora come i miei compatrioti possano averlo votato. Sta all'America come Mussolini all'Italia e voi sapete come il Duce ha ridotto la vostra nazione».
Giovedì 8 Febbraio 2018, 12:04 - Ultimo aggiornamento: 08-02-2018 13:54
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