Colapesce-Dimartino: «Una musica
leggerissima per curare la depressione»

Lunedì 22 Febbraio 2021 di Federico Vacalebre
Colapesce-DiMartino

Ora gli scommettitori li danno favoriti, poco importa che per strada nessuno (o quasi) riconoscerebbbe ancora Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino, ovvero Colapesce-Dimartino. Merito di «Musica leggerissima», con cui sono in gara tra i 26 big di Sanremo, ma i bookmaker non sono esperti musicali, e non hanno ascoltato il pezzo: si sono fidati - imprudenti! - delle prime pagelle dei giornalisti, compresa quella di chi scrive, che ha dato un 8, il massimo.
Una ballata da western mediterraneo e battistiano. Un elogio della leggerezza, della canzonetta come utensile di sopravvivenza quotidiana, ma dietro l'allegria apparente c'è un disagio che si taglia a fette: «Metti un po' di musica leggera perché ho voglia di niente / anzi leggerissima, parole senza mistero / per non cadere dentro al buco nero».
Dimartino: «Il buco nero è la depressione, la nostra è una canzone curativa, terapeutica, contro il logorio della vita postmoderna. Crediamo che chi fa canzone sia un documentarista dei sentimenti».
Bella definizione, ma che vuol dire?
Colapesce: «Che c'è una terza via tra la musica pesante e quella leggera, tra i mattoni e l'evanescenza, l'impegno e il pop».
Nel brano c'è anche un maestro che è andato via. Chi è?
Dimartino: «Ognuno ha un maestro o è maestro di qualcuno, non scegliamo noi, ma chi ascolta, chi mettere in quel ruolo».
A me era venuto in mente Ennio Morricone, visto il fischio che fa pensare a quelli di Alessandroni nelle sue colonne sonore.
Dimartino: «Ci abbiamo pensato anche noi, ma dopo aver scritto il pezzo, Morricone era morto da poco e io sono un buon fischiatore, fan assoluto del sommo Alessandro Alessandroni, oltre che del maestro, si intende».
Il testo dice anche: «Se bastasse un concerto/ per far nascere un fiore/ tra i palazzi distrutti/ dalle bombe nemiche/ nel nome di un dio/ che non esce fuori con il temporale». Che guerra è?
Dimartino: «La nostra. Quella del buco nero, ma anche quella della pandemia. Che, sì, non è una guerra, ma porta devastazione lo stesso. E, poi, che bello parlare di concerti oggi che sono vietati».
Vi aspetta il palco dell'Ariston, ma senza pubblico.
Colapesce: «L'anno scorso non ci vollero con Le cicale, noi l'abbiamo messa nel nostro album, I mortali, che presto riuscirà in versione espansa, doppio, con dieci brani in più, compreso quello del Festival e la nostra cover».
Che è «Povera patria» del vostro conterraneo Battiato.
Colapesce: «Ecco, Franco è un modello, il nostro vorrebbbe essere pop esistenzialista come quello della trilogia di L'era del cinghiale bianco, Patriots e La voce del padrone».
Ma avete scelto un brano anomalo nel suo repertorio, un'invettiva quasi dantesca.
Dimartino: «La scrisse alla vigilia di Mani Pulite, divenne l'inno della rivolta antimafia di Palermo dopo le stragi, è tornata utile più volte per esprimere il disagio di chi si vede mal governato».
Gli avete mai fatto ascoltare le vostre canzoni? Ormai fate i cantautori (e gli autori: per Levante, Emma, Marracash) da una decina d'anni entrambi.
Colapesce: «No, ma io sono stato nella sua Milo, per un tributo a Lucio Dalla, nel 2013. Battiato era magnetico, lucidissimo, carismatico».
Dimartino: «Io l'ho incontrato nel 2010, grazie a uno zio sacerdote che lo invitò a cantare in un evento a Palermo di solidarietà con i migranti. Parlammo per ore di tutto, ma non di musica».
Non avete bisogno di aiuto per cantarlo? Avete rinunciato alla possibilità di avere un ospite nella serata del giovedì.
Colapesce: «Potremmo già essere di troppo noi due, ci vuole rispetto, di fronte a una canzone del genere».
f.v.
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Ultimo aggiornamento: 06:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA