Coronavirus, il regista Nuzzo: «Chiudere cinema e teatri è sconfitta per legalità del Paese»

Mercoledì 28 Ottobre 2020

«Quando sono stati chiusi i teatri ed i cinema a marzo non vi era un protocollo di prevenzione del contagio, gli spettatori non avevano l’obbligo di mascherina per tutto lo spettacolo, le capienze non erano state ridotte, non erano stati posti degli investimenti da parte degli esercenti, l’Agis – agenzia generale italiana dello spettacolo non aveva condotto una ricerca e dichiarato un solo contagiato tra gli oltre 2.700 spettacoli e ben 347.262 spettatori tra il 15 giugno e il 10 ottobre. Numeri esigui per il passato ma rapportati al singolo contagiato credo che possano far riflettere. E non poco». Così il regista e produttore Giuseppe Alessio Nuzzo.

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«Chiudere cinema e teatri per ridurre la mobilità delle persone? Credo che mai come oggi ogni sala abbia una media/spettatori sinceramente irrilevante ai fini del contagio, chiudere l’ultimo baluardo di cultura del nostro territorio equivale ad una sconfitta per la legalità del nostro Paese. Tenere aperti i cinema e i teatri, luoghi sicuri di cultura, non avrebbe forse ridato quello slancio alla sala proprio nel momento storico dove non vi erano altre attività aperte? Non avrebbe garantito un ritorno alla condivisione della visione da parte di tanti che si erano allontanati da quel mondo fatto di magia e sogni? Non avrebbe riportato questi luoghi a fulcro di quella civiltà, umanità e socialità genuina di cui necessitiamo in questo momento storico, anche a  seguito dei recenti scontri, le feroci proteste e la dilagante criminalità?», prosegue Nuzzo. 

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«Vorrei, infine, porre un accento sulla responsabilità di ognuno, nel contribuire al momento tragico di contagi e immensa difficoltà delle nostre strutture sanitarie, con una mia semplice ma sentita riflessione personale. Ho visto esercenti indebitarsi per adeguare le proprie strutture, convertirsi dopo decenni di abitudini al ticketing online, al distanziamento sociale, alla riduzione dei posti, agli spettacoli deserti, al nuovo pubblico; associazioni di categoria organizzare meeting online per aggiornare i propri associati, artisti mettersi in discussione con le nuove regole imposte dal mercato post-lockdown, piccoli imprenditori e produttori dello spettacolo ripartire dalle ceneri di un mercato dilaniato dalla crisi, festival che, tra online e presenza, hanno riacceso con fatica i riflettori sulle nuove opere e i nuovi autori. Già a marzo scorso, in quei momenti bui in cui sognavo di rivedere un film in sala, di tornare sul set o semplicemente riprendere a viaggiare, in quei precisi attimi avevo promesso a me stesso che avrei fatto la mia piccola parte, che avrei realizzato il Social World Film Festival, la mostra internazionale del cinema sociale di Vico Equense di cui sono direttore da un decennio. Ad inizio ottobre, nonostante le prime avvisaglie di un pericoloso nuovo lockdown, ho ritenuto necessario dare un piccolo ma chiaro segno, cercando di colmare quel vuoto che si era creato tra pubblico e sala attraverso un ricco calendario di attività in presenza. E a distanza di due settimane credo sinceramente di aver vinto quella sfida, semplice ma necessaria. Con 1.772 spettatori in sala nei 6 giorni di programmazione, 271 visitatori alla mostra dedicata ai 100 anni dalla nascita di Fellini, e ancora 13 ospiti in presenza e 10 in collegamento, 47 registi e autori, 112 addetti ai lavori. Una formula innovativa grazie anche al supporto virtuale di un portale che ha registrato 3.494 utenti provenienti da 50 Paesi per 46.404 visualizzazioni delle 450 opere presentate nelle 19 sezioni competitive e non. Tutte le 80 attività in calendario al festival, tra incontri, proiezioni, dibattiti, workshop e conferenze stampa sono state rese disponibili anche online raggiungendo 84.653 persone. Un vortice di emozioni tra presenza e streaming. Avrei potuto girare la faccia dall’altra parte, restare comodo a casa nell’attesa degli eventi, e invece no. Io e tutta la squadra del Social World Film Festival abbiamo lavorato nel nostro piccolo per colmare quel vuoto che ora, con questa nuova chiusura, si riapre come un vortice che mi auguro non risucchi tutto. Per concludere questa mia riflessione sincera prendo in prestito le parole di Steven Spielberg in una lettera al New York Times «Mi piacerebbe che le persone avessero ancora voglia in futuro di lasciare i propri pensieri a casa e andarsi a sedere in un cinema per condividere con gli altri un’esperienza: ridere insieme, piangere insieme, nel buio di una sala». 

 

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