La Bohème di Saponaro al San Carlo:
«Omaggio alla cultura napoletana»

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di Donatella Longobardi

Nasce a Vigliena, cresce e cambia al San Carlo la «Bohème» firmata da Francesco Saponaro che da questa sera (ore 20, repliche fino al 21) torna sul palcoscenico del Lirico. Cinque repliche fuori abbonamento in occasione dei 120 anni dal debutto del capolavoro di Puccini che a Napoli arrivò nel marzo del 1896, poco più di un mese dopo l'esordio al Regio di Torino. Sul podio il toscano Valerio Galli e, nel doppio cast, la Mimì di Irina Lungu che si alternerà con Olga Busuioc, il Rodolfo di Francesco Demuro e Giordano Lucà, la Musetta di Ellie Dehn e Carmen Romeu, il Marcello di Alessandro Luongo e Bruno Taddia, lo Schaunard di Giulio Mastrototaro, il Colline di Andrea Concetti e Alessandro Guerzoni, e Matteo Ferrara nel doppio ruolo di Benoît e Alcindoro.
 
 

Le scene e i costumi di Lino Fiorito rimandano a una Parigi senza tempo, una pedana trasversale ricorda i tetti della capitale francese dove Puccini immaginò la tragica storia d'amore di Rodolfo e Mimì. «Ma potrebbero anche essere i tetti di Napoli», azzarda Saponaro che proprio dalla periferia partenopea, dai laboratori del San Carlo sulla costa di San Giovanni a Teduccio, era partito nel 2012 con la sua «Bohème» «popolare» prima di riallestirla per le scene lo scorso anno.

Allora quanto è napoletana questa «Bohème», Saponaro?
«A Vigliena fu fatta un'esperienza formativa molto forte con un gruppo di giovani, oggi quel luogo di periferia appare come un luogo subliminale che accompagna lo svolgimento di questo capolavoro di Puccini che, mi piace ricordarlo ebbe una coda molto napoletana».

A cosa si riferisce?
«Pochi lo sanno ma Puccini, saputo che Scarpetta aveva fatto una parodia dell'opera, venne a Napoli a vederla e alla fine volle complimentarsi con lo scrittore, cosa che non fece D'Annunzio che per una operazione simile gli presentò causa».

E lei questo lo mette in scena.
«Il mio è un omaggio a Scarpetta e alla cultura popolare partenopea. Nel primo atto, quando arriva il padrone di casa, Marcello fa finta di essere morto, un topos del teatro napoletano da Totò a Eduardo. C'è in Puccini tutto il gusto della commedia, dello spirito della gioventù che man mano si trasforma in dramma. In questo senso la mia è una lettura psicologica dell'opera che contiene tutte le contrarietà e i contrasti del nascente Novecento lasciandosi indietro l'Ottocento».

Un'opera ancora modernissima.
«Certo. Puccini, da genio qual è, guarda anche alla grammatica del cinema, il quarto atto con la morte di Mimì è tutto un rituale in un mondo di povertà e miseria».

E lei come lo rende?
«Se Puccini fa immaginare la scena come in uno zoom cinematografico con Mimì al centro e intorno gli amici e l'amante, qui siamo noi, il pubblico, che ci avviciniamo sempre più. Quel declivio che accompagna tutta l'opera fa come rotolare in avanti l'azione, fino a portare la povera sartina a morire al proscenio, vicino alla buca dell'orchestra».

Questa è la sua terza rilettura dell'opera, ha avuto problemi?
«Se non quelli di un cast diverso per cui ho dovuto riaffrontare e scoprire personalità nuove degli interpreti. Attraverso le loro diverse sensibilità ed espressività, attraverso il loro corpo, ho cercato sfumature nuove, spero che il pubblico le noti. Anzi, se dovessi rifare la regia sono convinto che questo testo sollecita idee sempre nuove e diverse».

Lei si divide sempre tra prosa e lirica, come alterna gli impegni?
«La prosa mi occupa sempre, ma ho recentemente firmato anche una regia lirica interessante, molto napoletana, il Medico de'pazzi di Battistelli, alla Fenice di Venezia, sarebbe bello vederla a Napoli».
Venerdì 16 Dicembre 2016, 09:52 - Ultimo aggiornamento: 16-12-2016 19:46
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