Emma Dante al Bellini
tra Basile e De Simone

La scortecata
di Fabrizio Coscia

Mettere in scena Giambattista Basile - il suo «Lo cunto de li cunti» - vuol dire innanzitutto confrontarsi con «La gatta cenerentola», lo spettacolo-culto di Roberto De Simone. Emma Dante lo fa con il suo «La scortecata» - presentato due anni fa al Festival di Spoleto e ora in scena al teatro Bellini, fino a domenica - omaggiandolo in almeno tre casi: con la citazione della celebre «scena delle ingiurie», con il «cascione» che emerge alla fine dello spettacolo, e soprattutto con l'uso di attori maschili nel ruolo di donne.
Ma la Dante è regista troppo avveduta per ancorarsi all’omaggio e dunque riprende Basile, ma per rileggerlo, manipolarlo e stravolgerlo in modo personalissimo, prosciugando anche la lingua dal suo barocchismo e contaminandola con il dialetto contemporaneo. Quel che ne viene fuori è uno spettacolo divertito e divertente, ma anche poetico e sconcio, lugubre e vitale, che fa della teatralità (intesa come finzione dichiarata) la sua cifra più manifesta.
La fiaba è quella della «Vecchia scortecata», decimo cunto della prima giornata. Narra la vicenda di un re invaghitosi di una voce, ignaro che appartenga a una vecchia e povera centenaria che vive con una sorella altrettanto decrepita. Il re è ingannato dalla vecchia che gli mostra solo il dito dalla serratura, smagrito apposta come quello di una fanciulla a forza di succhiarlo, e gli si concede per una notte a patto di restare al buio. La «scortecata» del titolo è la sorella minore che è disposta a farsi scorticare a morte da un barbiere per cancellare la vecchiaia dal suo corpo. La Dante trasforma la fiaba in un «jeu théâtral» tra le due sorelle - interpretate da due attori straordinari, perfetti: Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola - che si scambiano i ruoli, compreso quello del re, litigano, mimano atti sessuali al suono di «Mambo italiano», finché, stanca del gioco, una delle due chiede all’altra di scorticarla, e il canto di Pino Daniele in «Cammina Cammina» accompagna il sinistro baluginio della lama.
La semplicità dei mezzi - due sedioline, il modellino di un palazzo reale stile Disney, l’anta di una porta e un baule - è proporzionale alla complessità del linguaggio scenico: il riferimento alle «Serve» di Genet è insistito, soprattutto nel finale, dove il rituale della finzione sfocia nella cruda verità.
 
Giovedì 31 Gennaio 2019, 15:49 - Ultimo aggiornamento: 31-01-2019 16:29
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