Gigi Proietti, un anno fa moriva il grande attore e regista romano

Lunedì 1 Novembre 2021 di Enrico Vanzina
Gigi Proietti, un anno fa moriva il grande attore e regista romano

Un anno fa, il 2 novembre 2020, Gigi Proietti lasciava il palcoscenico dell'umanità per trasferirsi in quello dell'eternità. Per una bizzarra casualità numerica, la sua uscita di scena avvenne il giorno in cui aveva appena compiuto ottant'anni. Gigi, infatti, era nato a Roma il 2 novembre 1940. Aveva aperto gli occhi in un mondo che stava combattendo l'atroce Seconda guerra mondiale. Li ha chiusi mentre il mondo ne combatteva un'altra, altrettanto atroce, contro un virus malefico. Come dire: il mondo degli umani non è quasi mai di buonumore. Forse è per questo che Gigi, nei suoi lunghi anni da umano, ha voluto rimettere i conti a posto regalandoci a larghe mani risate e intelligente allegria.

 

 

NEL CUORE DELLA GENTE

È già stato detto tutto su quello che riguarda il suo talento, il suo umorismo, la sua umanità e la sua capacità di entrare nel cuore della gente. Anche se personalmente ho lavorato molto con lui e l'ho conosciuto bene anche fuori dal lavoro, non potrei aggiungere nulla di significativo. Quello che Gigi ci ha lasciato è impresso nella nostra memoria collettiva, nei suoi film, nelle sue scorribande televisive, nelle sue registrazioni teatrali, nelle sue canzoni, nelle sue poesie, nelle sue interviste. Manca una cosa però, quasi dolorosa: manca una cronaca di quello che, durante questo anno senza di lui, ci manca di lui. Già, perché Gigi ci manca moltissimo. Ci è mancato, per esempio, durante la campagna elettorale a Roma.

 

 

 


Quella Roma che lui amava così tanto, che era il suo amore infinito, la sua ispirazione e la sua disperazione. Chissà come avrebbe commentato quest'ultima corsa verso il Campidoglio, tra ennesime promesse, voltafaccia, sgarbi, ripicche, bugie - e spesso gaffe - imperdonabili. Gigi avrebbe riportato tutto ai fondamentali: l'umorismo romano che fustiga con ironica saggezza l'arroganza e il ridicolo del potere. Penso a quale esilarante sonetto avrebbe potuto scrivere vedendo i cinghiali scorrazzare a Ponte Milvio. E chissà come avrebbe accolto José Mourinho alla guida della Magica Roma che lui adorava ai massimi.
Probabilmente gli avrebbe dedicato una canzonetta in portoghese, magari ricordandogli che qui a Roma anche i portoghesi, di solito restii a cacciare fuori i denari, alla fine pagano dazio. E pensate, proprio in questi giorni, che allegria avrebbe colorato nei racconti di Gigi la presenza a Roma dei potenti della Terra, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Boris Johnson che lanciano la monetina nella Fontana di Trevi come ingenui turisti della vecchia canzone di Renato Rascel Arrivederci Roma. Poi c'è quello che manca ai suoi cari e ai suoi amici. E tra questi, io. Mi manca malinconicamente la sua sponda artistica. Ogni tanto mi viene in mente una bella idea per un film. Un film con lui. Ma lui non c'è più. E quella bella idea diventa un'idea inutile. Mi mancano le nostre rare ma intense telefonate. Lui mi chiamava per raccontarmi qualcosa. E quel qualcosa si trasformava in mille cose. Si rideva. Si pensava. Si immaginava insieme.

 

 

UNO STRUMENTO

Mi manca la sua voce. Soprattutto la sua voce. Che era uno strumento musicale. Adesso quella musica intorno a me non suona più. E mi mancano i suoi occhi. Quelli di A me please ma di carattere privato. I suoi occhi nella basilica dove si svolsero i funerali di mio fratello Carlo, suo complice assoluto, che incrociavano i miei con tenerezza e amore infinito. I suoi occhi che erano gli occhi di tutti noi. Ciao Gigi. Magari mandami una cartolina. Certo, buffa.

Ultimo aggiornamento: 2 Novembre, 11:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA