Napoli, la promessa di Lissner: «Il San Carlo è magnifico lo riempirò di giovani»

Mercoledì 9 Ottobre 2019 di Francesca Pierantozzi
Parigi

Basta guardarlo Stéphane Lissner per capire che non vede l'ora di arrivare a Napoli. Sarà che a Parigi piove, e il cielo è grigio anche dal suo magnifico ufficio all'ottavo piano dell'Opera Bastille, con vista su tutta la città. Lo chiamano dal ministero della Cultura a Roma, saltella, si sbraccia, è un vulcano. Il physique du rôle perfetto del futuro sovrintendente del San Carlo. E lui conferma: è felice, non vede l'ora, molti grandi artisti gli hanno già detto che lo seguiranno, porterà i giovani napoletani all'Opera. E andrà pure allo stadio.

«Adoro Napoli», inizia: «Perché è una vera città d'arte, non solo per i monumenti, ma per la sua arte di vivere. La cultura è presente ovunque: l'architettura, il teatro, la pittura, la musica ovviamente, ma anche il cibo, il calcio, la passione. Napoli per me è camminare la notte, quando il caos si è spento, ma resta nell'aria. Non ho mai provato questo sentimento in nessun altro luogo. La passione a Napoli è una cadenza, un ritmo, è un'energia particolare, che mi attrae enormemente. Mi dicono che questo succede perché è la città più vicina all'Apocalisse, alle pendici del Vesuvio», ride, e poi continua: «Non so se hanno ragione, in ogni modo quello che so è che in questa città che amo c'è un teatro, e che questo teatro si chiama San Carlo».

 

Un bel cambiamento dall'Opera di Parigi, che dirige dal 2014, al San Carlo.
«Lo dico da sempre, lo dicevo anche quando ero alla Scala, attirandomi qualche problema: i teatri più belli al mondo sono il Colón di Buenos Aires e il San Carlo di Napoli. E ne sono ancora convinto. L'architettura dell'edificio è stupenda. Poi c'è il rapporto tra la scena e la sala, quel ponte invisibile che al San Carlo è straordinario, perché la scena è vicina e il pubblico è come avvolto dal teatro. Per me è semplicemente il teatro perfetto. E se vai a dirigere un teatro così bello e che ami, per forza t'ispira. Non si lavora ovunque nello stesso modo: quando vai al San Carlo, pensi a una programmazione adatta all'Italia, a Napoli e soprattutto al San Carlo».
Ci ha già cominciato a pensare?
«Certo. Ma non le dirò niente. Anzi, una cosa posso dirla: molti grandi artisti mi hanno già detto sì».
Un'idea, una direzione? Lei dice: il passato è un pilastro. Da anni è al centro dell'annoso dibattito tra antichi e moderni, tra innovatori e tradizionalisti. Che opera porterà a Napoli?
«Per me è facile: l'opera è una musica e un testo, il libretto, che racconta una storia. Alcune opere hanno libretti che ci portano a difendere la giubilazione vocale, come L'elisir d'amore per esempio: un'opera magnifica, ma è una storia che non ha nessun motivo di essere proiettata nel nostro mondo. Altri libretti come il Don Carlos, ci parlano ancora oggi, della morte, del potere, della politica... E allora mi chiedo io, perché non dovremmo collegare quest'opera al nostro mondo, alle difficoltà e alla violenza del nostro mondo, che magari vorremmo diverso? Una buona programmazione per me è frutto di un equilibrio, tra le opere e tra il passato e il presente. Non si capisce poi perché questa cosa disturbi soltanto all'opera, mentre a teatro, per esempio, nessuno trova niente da dire se si recita Shakespeare in giacca e cravatta. La mia missione, come attore del servizio pubblico, è rivolgermi a un pubblico più ampio possibile, è proporre cose diverse, non un'unica visione, solo moderna o solo antica».
A proposito di pubblico: all'Opera di Parigi vediamo ragazzi in jeans, signore in abito lungo, melomani, rockettari. Aprirà ancora di più le porte del san Carlo alla città?
«Al San Carlo farò quello che ho sempre fatto: adotterò una politica molto aggressiva nei confronti dei giovani. Li porterò all'Opera: grazie a tariffe specifiche e soprattutto con la programmazione. So che non sarà facile, ma l'ho già fatto ed è sempre stato un successo. Funzionerà anche a Napoli, ne sono certo. Le nuove generazioni devono venire all'opera, e in particolare i giovani italiani: è il loro patrimonio. Li convincerò».
Ci sono cose che ha fatto all'Opera di Parigi e che non farebbe a Napoli?
«Certo, è normale. Ci sono spettacoli che non farei a Napoli».
Per esempio?
«Per esempio La bohème (ambientata nello spazio da Claus Guth, ndr). Ma ci sono altri spettacoli che ho fatto a Parigi che rifarei a Napoli: il Don Pasquale di Michieletto, per esempio. Né moderno né classico, meraviglioso. È solo per fare un esempio naturalmente».
Ha già sentito qualcuno al San Carlo?
«Non ancora, ma conosco la sovrintendente Rossana Purchia, era al Piccolo quando ero alla Scala. Lascia un teatro solido, molto sano. È una delle ragioni che mi ha spinto a scegliere il San Carlo, tra l'altro».
Andrà allo stadio?
«Come pensare di andare a vivere a Napoli senza andare a vedere il Napoli? E le confesso che vado sempre a vedere che risultato ha fatto. Non posso dire di essere un tifoso, ma ogni tanto mi guardo una partita. E poi senta: Ancelotti ha allenato il Milan, il Paris Saint Germain e adesso il Napoli, e io avrò diretto la Scala di Milano, l'Opera di Parigi e il San Carlo di Napoli Non è un segno?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 13:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA