Ferzan Ozpetek si prende il Teatro San Carlo: «Con me gli sposi faranno l'amore»

Venerdì 12 Aprile 2019 di Donatella Longobardi
«Ho voluto che il pubblico respirasse le atmosfere dell'opera, entrando si sentirà il rumore del mare, quattro geishe, quattro Butterfly si muoveranno in platea spargendo odore di petali di rosa, un omaggio all'Oriente evocato da Puccini e anche al San Carlo che sorge al posto dell'antico giardino delle rose di Palazzo Reale». Ferzan Ozpetek punta a coinvolgere tutti i sensi degli spettatori con la sua «Madama Butterfly» al debutto martedì con repliche fino al 20 aprile già tutte sold out. Domenica la prova generale aperta al pubblico con incasso devoluto alla Opsomai onlus. Nel cast la Cio-Cio-San di Evgenia Muraveva e il Pinkerton di Saimir Pirgu sotto la direzione di Gabriele Ferro. «Un incontro magico», lo definisce Ozpetek quello con il direttore siciliano ma anche con lo scenografo Sergio Tramonti, il costumista Alessandro Lai, il datore luci Pasquale Mari con lui nei primi film («Bagno turco», «Le fate ignoranti») e ora ancora insieme in questa nuova produzione sulla quale il teatro, forte del successo della «Traviata» del 2012, punta molto, tanto da aver già programmato una ripresa dal 25 maggio all'1 giugno.

Ozpetek, perché proprio «Madama Butterfly»?
«In effetti è stato un caso. Avevo debuttato nella lirica con Aida al Maggio Fiorentino con Zubin Mehta e fu un'esperienza fantastica. Poi arrivò di nuovo Verdi qui al San Carlo. Quando la sovrintendente Rosanna Purchia mi ha parlato dell'intenzione di rimettere in scena questo capolavoro di Puccini mi sono detto: perché no? Ed eccomi».

Come si è avvicinato all'opera?
«Ascoltandola. Ho sempre le cuffie accese, la ascolto in continuazione e più l'ascolto e più la musica mi suggerisce idee nuove, qualche dettaglio. Mi aiuta molto il rapporto con Gabriele Ferro che ha suggerimenti interessanti, è sempre molto positivo e mi stimola a far meglio».

«Butterfly», in fondo è opera intima, di dettagli, cosa si vedrà?
«Un villaggio di pescatori giapponese agli inizi degli anni Cinquanta, poi le atmosfere cambieranno completamente nel secondo e nel terzo atto, più chiusi, claustrofobici. Lei è lì che aspetta col suo abito da sposa gettato su un sofà. Ero al mercato sulla baia di Hong Kong e mi venne l'idea del villaggio, un luogo dove tutti potessero partecipare alle nozze di Cio-Cio-San con l'ufficiale americano: è l'unica scena di massa».
 
Lei ha lavorato molto con i cantanti-attori.
«Inevitabilmente porto con me l'esperienza del cinema, anche per questo ho fatto passeggiare in platea le quattro geishe. Ma ho anche fatto qualcosa che all'opera si vede raramente».

Ovvero?
«Faccio fare l'amore a Butterfly e a Pinkerton nella loro prima notte di nozze. In genere cantano il loro duetto e poi scompaiono. No. Qui si stendono su una stoffa ricamata e, mentre cantano, si spogliano. Nel finale, quando lui è tornato dopo averla abbandonata per anni e vuole riprendersi il figlio, Cio-Cio-San fa karakiri sulla stessa stoffa, testimone del loro amore».

E Butterfly com'è?
«Molto diversa dai cliché. Per me sarebbe stato faticoso mettere in scena una donna vittima del destino che distrugge sé stessa. Credo sia sì una vittima, ma una vittima cosciente. Si innamora di Pinkerton. Gli piace quest'americano venuto dal mare e nella sua testa costruisce una storia, proprio come se fosse un film. Vuole diventare una donna emancipata, andare in America».

Però poi la delusione è più forte.
«La mia Butterfly ha una sua forza di affrontare le cose anche nel rapporto con lo zio Bonzo. Non piange di fronte a lui, lo farà dopo perché il testo non si può cambiare. E quando decide di morire lo fa consapevolmente».

Soddisfatto del lavoro?
«È stato complesso ma affascinante, la lirica mi entra sempre più sotto la pelle, mi piacerebbe portare in scena il trittico di Puccini e Turandot. E poi in questi giorni ho dovuto lavorare molto anche a altri progetti».

Qualche giorno fa lei ha annunciato su Instagram le riprese del nuovo film per il 13 maggio, «La dea fortuna» con Accorsi, Leo, la Trinca e Serra Yilmaz.
«Nel frattempo ho fatto un altro filmato, una sorta di documentario su Venezia con Kasia Smutniak che aprirà la Biennale Arte l'11 maggio, e mi pare una bella cosa. Per questo ho dovuto interrompere anche la scrittura del nuovo libro, la storia di due sorelle in cui c'è un po' di autobiografia. Tre cose importanti contemporaneamente, non pensavo di farcela ora che da poco ho passato la boa dei 60 anni. Forse è la forza che mi è venuta dopo la morte di mio fratello, sette mesi fa, è come se così volessi allontanare l'idea della perdita».

Da pochi giorni lei è cittadino onorario di Napoli, come si sente?
«Benissimo, sono felice. C'è con Napoli un legame bello, intenso, forte, nato durante le prove di Traviata! qui al San Carlo e proseguito con le riprese di Napoli velata. Anche Palermo mi darà la cittadinanza e una laurea. Sono già cittadino di Lecce... Insomma, mi sento sempre di più un uomo del Sud, e ne sono orgoglioso, sono un cittadino delle Due Sicilie, luoghi di grande cultura dove sono nati la musica, la poesia, le arti figurative, la letteratura. Ma mi piacerebbe che a questo punto mi definissero napoletano e basta, non turco-napoletano».
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