La ricetta di Brignano: «L'amore è ancora rivoluzionario»

di Stefano Prestisimone

«A chi aveva dubbi sul titolo, Innamorato perso, ritenendo che parlare d'amore fosse una cosa antica, ho risposto: Sai perché è un titolo giusto? Perché in un momento in cui l'indifferenza la fa da padrona, l'unico sentimento che può venirci in aiuto è il coraggio rivoluzionario dell'amore. E poi c'è un altro motivo forse più importante del primo per il quale questo spettacolo si intitolerà così: è che ho già stampato i manifesti. Con una battuta, più o meno d'effetto, Enrico Brignano presenta il suo show che approderà al Palapartenope martedì, al culmine di una tournée con un costante tutto esaurito. L'attore romano ha messo su un vero e proprio kolossal comico di 150 minuti, con 80 persone in tour tra corpo di ballo, tecnici e attori (Flora Canto, Pasquale Bertucci, Michele Marra), con direttori della fotografia e del suono, e un impianto tecnologico da megashow americano.

È un successone, Brignano. Ma la data di Napoli?
«In questi 33 anni di carriera qualcosa ho seminato e i cinque Biglietti d'oro consecutivi sono la prova dell'amore del pubblico. Ma quella partenopea resta per me una piazza difficile, per tanti motivi. Un po' di crisi generale, una certa diffidenza di fondo: è l'unica città dove non abbiamo ancora il sold out. Al Forum di Assago abbiamo fatto 16.000 persone in due giorni, a Torino 8.000, a Bari c'è stato bisogno della doppia replica. A Napoli siamo a 2.000 biglietti e forse arriveremo a 2.500. Ma questo rende la serata ancora più speciale perché è un evento. È una data diversa dalle altre, mi intriga molto. Questa è una città culturalmente vivacissima, dove mi piacerebbe ambientare un film perché adoro la lingua napoletana».

La sfida è parlare d'amore in tempi di odio?
«Negli ultimi anni mi sono successe tante cose. Ho un'altra compagna, sono diventato papà. E quindi ora mi tocca spiegare a mia figlia quali sono le cose belle e le cose brutte della vita. E in tutto ciò c'è anche nello show, perché facendo comicità si dicono cose serie. Parlo di inquinamento ambientale ma con una Roma bellissima proiettata sullo sfondo. E dico che è un sogno nel cassonetto. Ma parlo soprattutto d'amore, si, di cose piacevoli, e lo faccio in contrapposizione all'odio che ormai dilaga, incontrollabile. Odio razziale, follie omicide. La supremazia bianca, quella musulmana, l'intolleranza nel calcio. Internet ha amplificato tutto questo: l'odio oggi è social. Si è più soddisfatti della sfortuna di qualcun altro, piuttosto che della propria fortuna».

Critico con il fenomeno degli influencer?
«Si, perché deriva da tutto ciò. C'è chi ama farsi i fatti degli altri, si è più attenti a cosa postano Barbara D'Urso, la Ferragni o Fedez, piuttosto che occuparsi di cosa succede in casa propria. Si calcola che mediamente stiamo 4 ore al giorno sul cellulare, mentre potremmo andare a una mostra, a teatro, a contemplare il mare. Credo che arriveremo all'implosione».

La politica fa capolino nello show?
«Ci sono dei riferimenti. Ciò che accaduto in Francia con i Gilet gialli, in Italia non si è mai visto: 18 sabati consecutivi in piazza. Qui al terzo sabato avremmo detto, oggi tengo che fare. Macron lo vogliono mandare via e non esitano. Qui aggiriamo gli ostacoli, tentiamo scorciatoie personali piuttosto che fare battaglie comuni. È nella nostra natura. L'unica volta che è accaduto qualcosa di concreto è con i pastori sardi per il latte. E ci siamo tutti meravigliati».

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Domenica 24 Marzo 2019, 12:52
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