Peppe Barra sicuro: «La Cantata? Più importante della pizza»

di Luciano Giannini

Prima di arrivare, il 7 febbraio 2018, al Diana nei panni di Sancho Panza nel «Don Chisciotte» con Nando Paone e l'adattamento di Maurizio De Giovanni, Peppe Barra si concede come ogni Natale (o quasi) un tuffo nella più nobile tradizione popolare napoletana: «La cantata dei pastori». E lo fa con passione e amarezza. La sua polemica è sana, ma non ha mezzi termini: «La Cantata è un monumento della nostra cultura più importante della pizza, proclamata bene dell'umanità. I signori dell'Unesco dovrebbero saperlo ma, purtroppo, lo ignorano. E mi pare non lo sappiano neppure i napoletani. O, meglio, se ne fregano; a cominciare dalla classe dirigente. Anche stavolta sono sempre io a riproporla, e al prezzo di grandi sacrifici, assieme a qualche produttore di buona volontà disposto ad aiutarmi come, in questo caso, Nunzio Areni. Ma insisto. Insisto! Con tenacia e speranza».

«La Cantata dei pastori» quest'anno andrà in scena al Politeama, da giovedì al giorno dell'Epifania. Al fianco di Barra-Razzullo, nel ruolo di Sarchiapone tornerà una donna, che questa volta è Rosalia Porcaro. Assieme a loro saranno Patrizio Trampetti, Maria Letizia Gorga, Marco Bonadei, Fabio Fiorillo, Francesco Viglietti, Andrea Carotenuto, Chiara Di Girolamo e il piccolo Francesco De Rosa (nel ruolo di Benino).

«La cantata» è un testo del teatro gesuitico di fine Seicento, scritto per contrastare la «diabolica» commedia dell'arte, con il racconto delle traversie patite da Giuseppe e Maria per giungere al censimento di Betlemme e trovare approdo, infine, nella grotta della Natività. Ad accompagnarli nel viaggio, immaginato nel 1698 da Andrea Perruzzi, sono due personaggi della Napoli popolare, lo scrivano Razzullo, reclutato per il censimento, e Sarchiapone, un barbiere un po' folle, in fuga perché accusato di omicidio.

«L'opera, ricorda Barra con i suoi versi arcadici e i lazzi scurrili, nel corso del tempo è stata continuamente rimaneggiata, dimostrando di essere, con la sua porosa vitalità, il testo più longevo della tradizione di teatro barocco napoletano. Con il passare dei secoli, alla prosa è stata aggiunta una struttura musicale. Ecco perché, come tradizione esige, ho preteso anche stavolta un'orchestra dal vivo di 10 strumentisti». L'importanza del testo? «Basti pensare che Annibale Ruccello gli dedicò la tesi sua di laurea; e spero in molti ricorderanno, almeno per averne sentito parlare, la versione che Roberto De Simone ne fece nel '74 con la Nuova Compagnia di Canto Popolare».
E Sarchiapone? «Volevo che tornasse a essere donna, dopo le prove di mia madre Concetta e di Teresa Del Vecchio. E ho scelto la Porcaro».

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Domenica 10 Dicembre 2017, 13:19
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