Michele Placido: «Dopo Pirandello, un film su Caravaggio: un genio borderline»

Michele Placido con la compagnia dello spettacolo Sei personaggi in cerca d'autore al Teatro Quirino da domani
Michele Placido con la compagnia dello spettacolo Sei personaggi in cerca d'autore al Teatro Quirino da domani
di Simona Antonucci
Domenica 18 Novembre 2018, 22:43
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«Mi hanno chiesto: le va di fare una regia “solidale”? Che tradotto significa budget low cost, attori giovani, tanto entusiasmo, pochi soldi. E come fai a dire di no a ragazzi pieni di talento, e svuotati di speranza, e a uno stabile come quello di Catania che ha rischiato di dover tirar giù il sipario per sempre?». E come si fa? «Si fa. Se vogliamo pensare ai colleghi che si presentano oggi sotto le luci della ribalta bisogna rimboccarsi le maniche e fare i conti con la realtà. Ma questo non significa che i risultati debbano essere inferiori. Anzi, può succedere di avere il tutto esaurito ogni sera e un pieno di applausi e di incassi come sta accadendo a noi durante questa tournée. Un trionfo e una gioia».

Michele Placido incontra di nuovo Pirandello. «Un compagno di vita», spiega. E dopo essere stato per centinaia di volte l’Uomo dal fiore in bocca, il protagonista del film di Bellocchio “La scelta” tratto da “L’innesto”, e aver firmato tre regie pirandelliane, l’attore, regista, produttore pugliese, 72 anni, si confronta con i “Sei personaggi in cerca di autore”, al teatro Quirino, dal 20 novembre al 2 dicembre, e poi di nuovo in tour. «Io ho cominciato a teatro. Ho fatto l’accademia Silvio d’Amico anche se all’ultimo anno Ronconi mi prese per lavorare con lui e non potei finire il corso. Poi cinema, televisione, ma tanta, tanta prosa. Sono stato diretto da Calenda, Strehler, ho interpretato tutti i grandi classici, Shakespeare. Lo sottolineo perché un tempo certe cose si sapevano, oggi tra Facebook e Instagram gira ogni tipo di informazione, tranne le cose vere».

Trasmettere la professione alle nuove generazioni, una missione?
Un piacere? «L’importante non è insegnare, ma partecipare. Nel confronto c’è da imparare tutti. Io mi sarò imbattuto in non so quante generazioni e ogni volta è stato formativo».

Con cinque figli, lei i giovani di ogni età ce l’ha in casa. Quali sono le linee guida per tutti?
«Lavorare. Va bene parlare, comprendere. Alle 8 del mattino, però, bisogna mettersi in piedi e fare».

Investire su nuovi progetti, abbassare i cachet... Un gesto generoso e lungimirante: lo fanno anche altri suoi colleghi?
«I teatri sono in fallimento. Anche per gestioni spericolate. La gente non va al cinema. Bisogna ripensare un po’ tutto. I colleghi che possono, devono collaborare alla produzione. Io, per esempio, ho una piccola azienda con cui riesco a mandare avanti vari progetti, tenendo prezzi moderati. E ho lavorato con Boni, Haber, Binasco, il meglio che c’è sul mercato. L’esempio di Catania è importante, un vanto: per una città dove non si muove molto, esportare in tutta Italia un’operazione culturale come questa dei Sei personaggi, non è male. Fondamentale, certo, mantenere sempre un livello alto. Anni fa firmai la regia di un Don Giovanni per il Regio di Torino, con Noseda sul podio. Bellissima esperienza. E ogni tanto mi chiamano in dei centri minori... Faresti una Lucia di Lammermor, pochi giorni di prove. Ecco, questo no, non si può».

I sei personaggi chiedono che venga rappresentata la loro storia scomoda. Il teatro ha il compito di raccontare vicende ingombranti?
«Bisogna mettere in scena la vita senza giudicarla. A differenza della tv o dei social, il teatro non fa processi. S’interroga. E cerca una lettura fuori dal coro».

E al cinema?
«Al cinema ora vige una sorta di autocensura. E in tv è la stessa cosa. Per paura, si preferisce la mediocrità, il grigiore. Una bella scossa arriva dalle serie americane. Quelle si che raccontano la realtà. E utilizzano un linguaggio che prende tutti».

Il suo Pirandello arriva a tutti?
«Non ho spinto su una lettura filosofeggiante. Mi sono attenuto ai fatti. Un noir, una famiglia e le sue tragedie. Una storia che l’autore si rifiuta di portare avanti perché affonda le radici in un dolore lontano. Tra realtà e finzione. Al Valle quando debuttò il pubblico interruppe lo spettacolo. A Parigi capirono invece la forza dirompente del testo, degli attori che comparivano dalla sala. Teatro nel teatro. Io ho cercato di avvicinare il pubblico a quella rivoluzione».

Progetti?
«Caravaggio. Sarò il regista di un film dedicato a questo personaggio geniale, border line. Costruiva e distruggeva. Un mistico, teologo altrimenti non avrebbe potuto ritrarre i santi come ha fatto lui. Frequentava i poveracci, faceva l’amore con le prostitute e poi li immortalava nei suoi capolavori. Giriamo in primavera tra Roma e Napoli. Una bella sfida». 
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