Sandrelli, Laurito e Bennato per il "Canto delle sirene", il festival internazionale di Capri

Giovedì 16 Settembre 2021 di Katia Ippaso
Sandrelli, Laurito e Bennato per il "Canto delle sirene", il festival internazionale di Capri

«Un giorno, grazie al nostro lavoro, spunteranno fiori, frutti, i bambini mangeranno. Se nessuno si occupa del giardino, il mondo finisce» dice Eleonora de Fonseca Pimentel, poetessa, giornalista e rivoluzionaria d’origine portoghese, chiamata Lenòr nel magnifico romanzo di Enzo Striano, “Il resto di niente”. Occuparsi del giardino significa avere sogni grandi, proiettati oltre il ciclo della propria vita. E’ l’immagine che ci guida nella lettura della prima edizione del “Canto delle sirene”, festival internazionale di Capri fortissimamente voluto dal suo direttore artistico, Geppy Gleijeses che, iniziato il 10 settembre, si protrarrà fino a lunedì 20 (promosso dalla Regione Campania con il patrocinio del Comune del Comune di Capri, Anacapri e Procida).

 

Ed è nella sua forma di ouverture di una manifestazione che aspira ad accogliere nel futuro nomi internazionali della scena, che il prologo del “Canto delle Sirene” è riuscito a piantare tenaci semi in quel giardino delle idee di cui parla Lenòr attraverso la scrittura di Enzo Striano, significativamente scelta come partitura inaugurale di un festival che per la prima volta porta a Capri un progetto artistico non occasionale.

 

Adattato dallo stesso Gleijeses, anche regista dello spettacolo d’apertura, “Il resto di niente” ha portato dentro la Certosa di Capri - luogo metafisico, di bellezza quasi siderale - due attrici amiche, Stefania Sandrelli e Marisa Laurito, che sulla scena hanno creato una potente tessitura di parole e suoni assieme al pianista Sandro De Palma. Non è operazione scontata portare la parola scritta su un piano di drammatizzazione fonetica. Specialmente se il romanzo di partenza è un capolavoro come quello di Enzo Striano, che con “Il resto di niente” ha narrato i moti partenopei del 1799, facendo della figura di Eleonora de Fonseca Pimentel il fulcro del suo romanzo storico.

Il dinamico duo, Sandrelli e Laurito

Non è neanche così usuale vedere insieme due interpreti bravissime come Stefania Sandrelli, icona del cinema, e Marisa Laurito, colta e spiritosa ricercatrice della parola (oggi anche direttrice artistica di una importante sala teatrale, il Trianon Viviani di Napoli). Grazie al lavoro preciso, filologico e insieme fantasioso delle due attrici e del maestro De Palma (che è entrato nell’armonia del gesto con Cimarosa, Debussy, Liszt, Satie), lo spettatore ha potuto “vedere” ogni scena, ogni dettaglio, ogni stato d’animo di questa grande figura della storia, Eleonora de Fonseca Pimentel, amica di intellettuali e rivoluzionari - da Vincenzo Cuoco a Guglielmo Pepe -, una delle prime donne giornaliste (fondò il “Monitore napoletano”).

D’altro canto, l’aspirazione “visiva” era presente già nelle intenzioni di Enzo Striano: «Sono convinto che la letteratura, nell’attuale civiltà dell’immagine, tenda ad avere un ruolo sempre più subordinato ai mezzi che si esprimono principalmente per simulacri visivi. Ma si può recuperare una dimensione autonoma, aiutandosi proprio con le tecniche della rappresentazione per immagini, tentando il punto limite al quale le due cose possono giungere senza danno, cercando il coagulante che le possa tenere insieme in modo armonico e non superficiale». Se la voce di Stefania Sandrelli si spinge di più nell’intimità della vita di Lenòr – il matrimonio infelice, la scomparsa prematura dell’unico figlio, l’amicizia, le passioni – Marisa Laurito apre il testo alla dimensione corale, alle voci diseguali e icastiche della Napoli di fine Settecento, come può fare un direttore d’orchestra. Insieme, costruiscono in una forma plastica, quasi cinematografica (ricordiamo che dal romanzo di Striano fu anche realizzato un film omonimo del 2004, regia di Antonietta De Lillo), la scena terribile della fine, l’impiccagione di Lenòr sulla pubblica piazza.

Su tutto, domina la nota che Enzo Striano impresse come motivo guida della sua rivoltosa narrazione (il romanzo uscì, dopo molti rifiuti editoriali, nel 1986, un anno prima della morte del grande scrittore e giornalista napoletano): la consapevolezza dell’impermanenza dei destini umani, la dolorosa accettazione del fatto che ad ogni utopica accensione, ad ogni movimento tellurico dell’animo, segue il suo crollo, il seppellimento delle idealità sotto l’azione corrosiva del mare, e del male. Ma è, dicevamo, nella forma del giardino, nella costruzione di un universo estetico animato da una idea forte di giustizia sociale, che si misura alla fine la necessità dell’opera, l’unicità del gesto artistico.

Il concerto nella Grotta azzurra

A proposito di gesti unici, nelle giornate di Capri gli spettatori hanno potuto assistere ad un evento storico per i conoscitori della musica italiana: la “Reunion” tra Eugenio Bennato e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, come omaggio a Carlo D’Angiò e Corrado Sfogli. Come si può conclude questo acceso preludio del Canto delle Sirene? Con la realizzazione di un sogno che è stato partorito in sogno: un concerto all’interno della Grotta Azzurra. «Una notte, ero in dormiveglia, ho sognato che alcuni musicisti stavano suonando dentro la Grotta Azzurra, a Napoli» racconta Geppy Gleijeses, napoletano di nascita e caprese d’adozione: «Ho trascorso nell’isola di Capri metà della mia vita, dall’infanzia fino ad ora. Mi dovrebbero dare la cittadinanza! Qui, quando avevo 18 anni, ho letto ad alta voce la mia prima opera teatrale. E nell’isola più bella del mondo, all’interno della grotta Azzurra, finalmente realizzo il mio sogno: portarci musicisti e spettatori» continua l’attore e regista napoletano, in scena il 17 settembre ad Anacapri (terrazza del Caesar Augustus, ore 21) con “Aneme Pezzentelle Blues”, su testi di Eduardo De Filippo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, Alfredo Guarino, Annibale Ruccello ed Enzo Moscato.

L’evento sognato a cui Gleijeses fa riferimento si terrà sabato 18 settembre, quando Fiorenza Calogero e Mario Maglione, accompagnati dalla chitarra di Carmine Terracciano, eseguiranno dentro la Grotta Azzurra, usando l’amplificazione naturale del luogo, tre concerti (dalle 17): in programma le melodie napoletane dell’Ottocento. Il pubblico potrà assistere a questo momento di magia pura dalle barchette dei battellieri che tradizionalmente conducono i turisti in visita alla Grotta. Spettacolo conclusivo del “Canto delle sirene”, “Il malato immaginario” di Molière, Emilio Solfrizzi protagonista, che verrà rappresentato in anteprima il 19 settembre a Procida (piazza Marina Grande, ore 21): «Una comicità, quella di Moliere, che si avvicina al teatro dell’assurdo» commenta Guglielmo Ferro, regista dello spettacolo e co-direttore, con Gleijeses, del Teatro Quirino di Roma (dove lo spettacolo andrà in scena nel periodo natalizio, dal 22 dicembre al 10 gennaio). «Molière, come tutti i giganti, anticipa con geniale intuizione modalità drammaturgiche che solo nel Novecento vedranno la luce». (www.festivalinternazionalecapri.it)

Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 14:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA