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San Carlo, Kaufmann: «Condanniamo la guerra ma non gli autori russi»

Giovedì 21 Aprile 2022 di Donatella Longobardi
San Carlo, Kaufmann: «Condanniamo la guerra ma non gli autori russi»

«Sì, l'ho cantata migliaia di volte. In concerto, nel corso dell'opera. E ogni volta è una cosa speciale. È scritta in modo talmente bello da Puccini che anch'io mi innamoro ogni volta di nuovo di fronte a questa melodia, di fronte all'amore di Cavaradossi per la sua Tosca e per la vita che se ne va mentre l'ora è fuggita e lui muore disperato». Jonas Kaufmann riflette così di fronte a «E lucean le stelle....», l'aria più celebre di «Tosca». E anche ieri sera, al San Carlo, il celebre tenore tedesco nel finale dell'opera ha intonato il celebre brano (cinque minuti di applauso e bis), omaggio ai grandi del passato e a Corelli, visto che domenica riceverà il Premio Corelli 100 ad Ancona, riconoscimento, recita la motivazione, ad un artista che «più di ogni altro, rappresenta oggi l'interprete di riferimento nel repertorio lirico, riconosciuto ed apprezzato da una platea globale».

Lui, meridionale di Baviera che conquista l'entusiasmo della platea sancarliana. Quattro mesi fa per «Otello» e Verdi con la regia di Mario Martone, adesso col capolavoro pucciniano nell'edizione firmata nel 2020 da un altro regista partenopeo, Edoardo De Angelis. Spettacolo senza i tradizionali orpelli ma con le scene fatte di segni d'arte ideati da Mimmo Paladino.

E dunque Kaufmann, cosa ne pensa?
«Secondo me Cavaradossi vive un amore abbastanza moderno, la sua è una storia comparabile con quello che potrebbe succedere nel nostro mondo. Per questo per me è facile entrare nel carattere del personaggio. Che è un innamorato, ma anche un eroe. Ha una sua opinione politica e cerca di difendere anche altre persone coinvolte dell'affaire. Quindi vive in scena un conflitto molto interessante tra la sua patria, le vittime del governo dello stato pontificio, l'ostilità di Scarpia e l'amore folle per Floria Tosca».

Lei recentemente proprio al San Carlo ha interpretato un altro folle amore, quello di Otello per Desdemona.
«Lì lui amava tanto da uccidere. Anche quello succede ancora oggi, ma qui è diverso. Cavaradossi ha un carattere più complesso, moderno. È un uomo che di fronte ai soprusi del potere, consapevolmente, si sacrifica e sacrifica la sua passione per Tosca».

A proposito di amori impossibili raccontati dal mondo della lirica, lei recentemente ha debuttato a Roma, Santa Cecilia, come Calaf, diretto da Pappano in «Turandot» in forma concertante in una edizione registrata per Warner Classics. «Finalmente! Mi è piaciuto molto interpretare questo ruolo un po' favolistico ma ricco di spunti interessanti. E prima ancora avevo fatto un altro debutto importante, Peter Grimes di Britten a Vienna, opera che riprenderò ancora a settembre a Monaco».

E ha ancora nuovi personaggi da affrontare?
«Nella prossima stagione è previsto il mio debutto in Tannhäuser di Wagner col suo dissidio tra amore sacro e amor profano, sarà al festival di Pasqua a Salisburgo. La catena di debutti non finisce mai, il mio lavoro e la mia vocalità mi portano oltre il tradizionale repertorio, è importante rinnovarsi, non fossilizzarsi sugli stessi ruoli».

Questo serve anche a riportare il pubblico a teatro dopo la pandemia?
«Devo dire che questi sono tempi molto complicati per il mondo della cultura. Dopo le riaperture il pubblico non è numeroso come prima, raramente si viaggia in giro per il mondo da un teatro all'altro per sentire musica classica. Speriamo che si possa tornare presto ai livelli di prima, ma purtroppo come singoli non possiamo fare nulla e questa guerra non aiuta per niente, anzi ha complicato di nuovo tutto. Anche se di fronte agli orrori che si vedono e di fronte alle vittime del conflitto possiamo dire di essere ancora fortunati».

Gli artisti sono però nel mirino, costretti a schierarsi da una parte o dall'altra. Non a caso forse, è saltato l'atteso debutto napoletano di Ildar Abdrazakov: il celebre basso-baritono russo premiato da Putin nel 2021 con il titolo di «honored artist of the russian federation» come direttore artistico dell'elena obraztsova international academy of music, avrebbe dovuto cantare la prima volta nella parte del barone Scarpia e invece....

«Né gli artisti di oggi, e tantomeno gli autori del passato, sono responsabili per qualsiasi decisione di un governo. Certamente non sono responsabili neanche per una guerra di questa dimensione e quindi non si può dire che tutto quel che è russo è male, tutto quel che è russo è sbagliato. Recentemente sono stato nominato ambasciatore per le Nazioni unite nel progetto Alliance of Civilizations, il motto è molte culture, una umanità. Siamo tutti nello stesso mondo, dobbiamo risolvere i problemi insieme».

Dunque lei è contrario alla «cancel culture» che in questi frangenti, ad esempio, vorrebbe eliminare Ciaikovski o Dostoevskij?
«Secondo me la musica ha la capacità di riunire la gente di tutte le culture. Il mondo culturale, così come lo abbiamo ereditato dopo la seconda guerra mondiale, l'abbiamo creato tutti insieme. È una storia comune, anzi. Per questo motivo è importante suonare la musica russa, bisogna far capire che la Russia e la cultura di questo paese hanno creato anche tanta bellezza».
 

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