Da Eduardo a «Gomorra», così è cambiata Napoli in tv

Venerdì 8 Novembre 2019 di Luciano Giannini
«La televisione nella nostra città avrà un successo tale che un giorno i dirigenti della Rai dovranno istituire a Napoli un centro di produzione autonomo, che assolverà alla funzione di stabilire un ponte culturale fra Nord e Sud. È quello che io sto cercando di fare da vent'anni col mio teatro». Parole profetiche. Le pronunciò Eduardo De Filippo all'esordio della sua feconda collaborazione con la Rai: la registrazione di «Miseria e nobiltà», in onda il 30 dicembre 1955. Il titolo di Scarpetta è tra i programmi di quell'anno inseriti nella monumentale Storia critica della televisione italiana (Il Saggiatore, 1418 pagine in tre volumi, Euro 55), scritta da Aldo Grasso, il più accreditato esegeta di quel che proprio Eduardo definì «l'elettrodomestico cieco».

La parola «critica» chiarisce gli intenti soggettivi dell'autore, giornalista, critico e docente universitario, spalleggiato da Luca Barra e Cecilia Penati: l'opera vanta una struttura poderosa e, rispetto alla letteratura sull'argomento offre, in più, una minuziosa scelta dei programmi dal 1954 al 2018. È un saggio, dunque, ma anche una enciclopedia, che riprende, accresce e migliora l'annosa fatica di Grasso, già artefice di una storia e di una enciclopedia dell'elettrodomestico che ha cambiato mondi, costumi, abitudini, piaceri e odi. Con un'analisi approfondita, l'autore analizza la paleotelevisione, riflette sulla neotelevisione e si spinge a intravederne gli sviluppi nell'epoca di Netflix, smartphone e tablet. Fa precedere i programmi selezionati da uno «scenario» che fa luce su ogni anno in esame, e li fa seguire da una sezione - «A video spento» - che è un'antologia di contributi critici, frutto di paziente ricerca d'archivio. E se la lettura delle sezioni saggistiche è la chiave per comprendere da dove nasce la tv di oggi e dove tende, quella dei singoli programmi è, per le vecchie generazioni, un tuffo nella memoria emotiva.

In tanta messe, come orientarsi? Gli approcci sono altrettanto copiosi. Uno tra i molti: com'è cambiata l'immagine di Napoli dalla tv degli anni 50 a quella di oggi? Che cosa passa da «Miseria e nobiltà», o da «Filumena Marturano» (5 febbraio 1962) a «Gomorra - La serie» (2014), o ai «Bastardi di Pizzofalcone» (2017)? Lo sguardo della paleotelevisione sulla città ricalca ovviamente temperie e visioni dell'epoca: Viviani, con Bovio, è ancora relegato nella rassegna «Teatro in dialetto» (1960); «Napoli contro tutti», 1964, è «una sfida lanciata dalla canzone partenopea alle capitali canore di tutto il mondo». Presenta Nino Taranto, vince Claudio Villa con «'O sole mio»; «Scala reale» (1966) segna il debutto del Pappagone di Peppino De Filippo; «Tutto Totò» (1967) è un omaggio in sei puntate col meglio del Principe, che morirà prima della messa in onda (4 maggio). Lo sceneggiato «Luisa Sanfelice» (1966), sulla rivoluzione del 1799, ha come interpreti non due napoletani, ma Lydia Alfonsi e Giulio Bosetti. C'è, però, anche «Nord chiama Sud - Sud chiama Nord» (1971), rubrica di informazione che dà rilievo televisivo alla Questione meridionale collegando la sede Rai di Napoli e quella di Milano, nel segno del servizio pubblico. E c'è soprattutto «Storie di camorra». La Rai comincia a trattare il tema nel 1978. In sei episodi va alle radici del fenomeno, evocando Matilde Serao (Isa Danieli) e Scarfoglio (Luigi De Filippo).

Gli anni 80 si aprono con gli speciali sul terremoto, e continuano sotto l'egida di Arbore («Tagli, ritagli e frattaglie», con De Crescenzo e «Marisa la nuit», 1987, protagonista la Laurito). «Viaggio nel Sud» (1992), di Sergio Zavoli, è una riflessione aggiornata sulla Questione meridionale. Gli fa da contraltare, nel 1996, «Un posto al sole», Napoli in salsa soap, la prima prodotta industrialmente. In epoca di neotelevisione, arriva «Capri». A cantarla - nota Grasso - non sono più Savinio, Soldati e La Capria, ma una fiction, «sontuosa operazione di marketing territoriale». Un po', forse, come «Made in Sud» (2012). Lo show contribuisce a imporre urbi et orbi l'immagine redentrice della Napoli che esalta la risata grassa come esorcismo ma, - dice Grasso - lo fa con il passo di uno «Zelig dei poveri». Il suo lato oscuro è «Gomorra» (2014), - siamo su Sky - «corsa spettrale, livida, notturna, che spaventa e seduce». Con «I bastardi di Pizzofalcone» si torna - ma è Raiuno - a una visione più rassicurante, per un pubblico generalista. I due programmi sono esemplari della tv di oggi: una per le masse, l'altra per chi ha mezzi, e cultura, per scegliere e tentare di capire dove va il mondo e dove l'elettrodomestico che lo racconta. © RIPRODUZIONE RISERVATA