Dostoevskij: «Un thriller nell'inverno dell'uomo»

I fratelli D'Innocenzo alla Berlinale

Dostoevskij
Dostoevskij
di Titta Fiore
Lunedì 19 Febbraio 2024, 08:07 - Ultimo agg. 16:33
4 Minuti di Lettura

«Le estreme conseguenze dell'essere vivi. Di questo narra la serie». I fratelli Fabio e Damiano D'Innocenzo, due tra i talenti più originali e potenti del nostro cinema, tornano al festival di Berlino, dove tutto per loro è cominciato, confrontandosi con una nuova sfida: l'esordio nel racconto seriale. Dopo il fulminante successo ottenuto nel 2018 da debuttanti assoluti con «La terra dell'abbastanza», e l'Orso d'argento vinto nel 2020 per la sceneggiatura di «Favolacce», eccoli ora in anteprima mondiale nella sezione Berlinale Special con «Dostoevskij», una serie thriller in sei episodi prodotta da Sky Studios e Paco Cinematografica che prossimamente arriverà al cinema con Vision Distribution. Thriller d'autore, atmosfere grigie e cupe: «Volevamo raccontare l'inverno di un essere umano» dice Fabio D'Innocenzo sull'origine del progetto nato «dall'incontro alchemico» con Nils Hartmann, l'Executive Vice President Sky Studios per l'Italia. Al centro del racconto il poliziotto Enzo Vitello interpretato da Filippo Timi, un uomo dal passato tormentato ossessionato da un serial killer che lui e i suoi colleghi hanno soprannominato «Dostoevskij» perché uccide lasciando accanto alle vittime lettere piene di dettagli macabri con la propria desolante visione del mondo. Una visione che l'investigatore si sente misteriosamente risuonare dentro.

«Il nostro protagonista ha il dovere, ma anche il desiderio, di inseguire l'assassino.

Si muove in un inverno malinconico che non ha inizio né fine, per lui abbiamo intercettato profumi e sapori creando un mondo che non esisteva» spiegano i registi. «Vitello è un archetipo scarnificato del classico detective, una persona che ha perso tutto e ha deciso di perdere anche se stesso, di spegnersi. O forse no, perché prima c'è da risolvere un caso che entra di diritto nelle cose che gli appartengono. Attraverso il suo percorso volevamo anche parlare della possibilità del cambiamento, ovvero di poter scegliere cosa diventare».

A complicare le indagini del poliziotto i rapporti con la squadra che comanda da anni (tra loro Gabriel Montesi e Federico Vanni), il legame conflittuale con la figlia (Carlotta Gamba) che nel passato aveva allontanato per un motivo straordinario, e una malattia terribile «che insudicia il labirinto che è il nostro protagonista». Filippo Timi si è calato con entusiasmo nei suoi panni: «Mi sono innamorato della scrittura dei D'Innocenzo, così precisa e intelligente anche nelle didascalie» racconta l'attore. «Due che scrivono cose come "in cielo un temporale feroce come un litigio tra fratelli" ti conquistano subito». «Noi, invece, abbiamo sempre saputo che Vitello sarebbe stato lui, ma quando dalla finestra dello studio abbiamo visto Filippo che abbracciava un albero, non abbiamo più avuto il minimo dubbio» sorride Damiano. Com'è andata sul set? Timi: «Benissimo, ricomincerei domani. I fratelli D'Innocenzo sono fantastici, i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene, ma non ti danno indicazioni. Ho capito che dovevo essere profondo e fragile e ho pensato subito alla lezione di Carmelo Bene, diceva che l'attore è la femminilità portata a coscienza».

Tanto sangue e scene forti, compresa una colonoscopia in primo piano subita da Timi, struttura narrativa in crescendo. Fabio: «Creare l'atmosfera è fondamentale, volevamo partire con scene importanti, ma con ritmi che permettessero al pubblico di perdersi nei luoghi prima di espandere il racconto. Di solito non accade? Sì, la predisposizione ad essere fuori moda è una nostra prerogativa». Il poliziotto e l'assassino si danno la caccia, entrambi sfuggenti, «fantasmi che procedono al buio nel buio della coscienza». Una storia di ultimi tra gli ultimi: «Sono quelle che ci interessano di più, le più congeniali alla nostra sensibilità, quando le abbiamo abbandonate per fare altro non ha funzionato».
Sui personaggi e sulle loro azioni spesso scellerate lo sguardo non è mai giudicante: «Non bisogna cadere nella trappola del giudizio, siamo già in una dittatura di pensieri, perché dovremmo farlo?» si chiede Fabio: «È un optional di cui non sentiamo il bisogno». Che ne pensa Timi? «Per me non è un problema, quando lavori tanto su Shakespeare impari a scardinare ogni giudizio e ad andare sulle montagne russe. E poi guardate me: balbetto, non vedo un cavolo, ma mi permetto di affrontare la vita e se mi tocca una narrazione in controtendenza la faccio senza tanti problemi. È bello avere coraggio, a volte si ha paura, ma ci si sente anche bravi».
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA