La Casa di Carta atto finale, i protagonisti: «Squid Game è fascista, noi siamo eroi antisistema»

Mercoledì 24 Novembre 2021 di Ilaria Ravarino
La Casa di Carta atto finale. I protagonisti: «Squid Game è fascista, noi siamo eroi antisistema»

«Che cos'è Squid Game?». Dice di non capire, ma forse è una posa. O magari il titolo in spagnolo della serie più popolare di Netflix, El juego del calamar, è così fuorviante da confonderlo. Di certo lo spagnolo Pedro Alonso, 50 anni, noto in almeno 190 paesi col nome di battaglia di Berlino, non ha nascosto ieri a Roma un certo disappunto per aver perso il primato nelle preferenze degli utenti della piattaforma, appartenuto, prima dell'avvento della serie coreana, al suo La Casa di Carta. «Squid Game ha fatto il doppio dei nostri risultati, è un grandissimo prodotto gli è venuto in soccorso Enrique Arce, 49 anni, lo storico antagonista della serie però è esattamente l'opposto di quello che siamo noi. La Casa di Carta è antisistema. Squid Game è fascista». 

Fenomeno di Netflix da cinque stagioni, la storia della banda di rapinatori rivoluzionari con le tutine rosse e la maschera di Dalì sta per arrivare alle battute finali, con gli ultimi cinque episodi distribuiti dal 3 dicembre.

«Ce ne andiamo all'apice del successo, dopo aver dato il massimo. La gente sentirà la nostra mancanza ha detto Alonso ma dovevamo finire in tempo, prima di bruciarci, dopo aver inventato una formula che ci ha dato la popolarità e che resta segreta. La nostra ambizione era quella di competere con le serie anglosassoni mettendoci in gioco con materiale latino, caldo, umano. Siamo arrivati al momento giusto: il mondo era pronto per noi». 

E dire che all'origine, quando andò in onda la prima stagione nel 2017, La Casa di Carta non era altro che un prodotto locale, destinato al pubblico della tv generalista spagnola. Solo in un secondo momento, con il passaggio nelle mani di Netflix, la serie ha compiuto il salto, diventando il primo fenomeno globale in lingua non inglese lanciato dalla piattaforma. «Ma non è vero che andava male, prima di Netflix. La generalista ha un target largo, comprende anche anziani e bambini: i nostri ascolti erano altalenanti, ma la serie è sempre stata quella ha insistito Alonso - Netflix ci ha permesso non solo di realizzare scene più spettacolari, ma anche di incontrare il nostro pubblico». E cambiare, offrendo una vetrina globale e cachet importanti (per Alonso circola la cifra non confermata di 63.000 euro a puntata), la carriera di attori «di fascia media», come si definisce oggi lo stesso Berlino. 

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«Adesso preferisco investire su me stesso: dipingo, ho scritto un libro e sto producendo due documentari. Devo ricaricare il mio giardino creativo, sto dicendo molti no. Mi godo un momento per me positivo, a livello personale e professionale». Le ultime cinque puntate, su cui la piattaforma mantiene il massimo riserbo (nessuna visione in anteprima per la stampa italiana) si annunciano cariche di colpi di scena e di un ulteriore scatto in avanti verso la spettacolarità: «La banda entra in guerra, la serie si fa militaresca: in questi episodi la produzione ha puntato soprattutto sull'azione, senza tralasciare il lato emotivo», ha commentato uno dei volti nuovi della quinta stagione, la spagnola Belén Cuesta, 36 anni, Manila nella serie, già nota in patria per aver vinto nel 2020 il premio Goya, l'Oscar spagnolo. «Sono entrata nel cast de La Casa di Carta senza preoccuparmi della portata del fenomeno assicura ma mi sono accorta che c'era qualcosa di strano quando mi sono arrivate le prime mail dalle Filippine, con i fan entusiasti del fatto che mi chiamassi come la loro capitale, Manila».

 

L'ultima puntata, giurano tutti, sarà definitiva. Nessun film all'orizzonte, «per adesso non se ne parla»: la quinta stagione chiuderà l'avventura, qualsiasi cosa accada. «Purtroppo ho una pessima memoria, non ricordo proprio come vada a finire la serie ha concluso Alonso, al termine dell'incontro con la stampa sarà che ero troppo distratto a guardare Squid Game». 

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