Covid, come trasmettono il talk show? Così, a distanza di plexiglass si va comunque in onda

Domenica 21 Marzo 2021 di Leonardo Jattarelli
Lo studio del Maurizio Costanzo Show

In una scena de Il Laureato di Mike Nichols con Dustin Hoffman ad un certo punto un tizio alla festa di Benjamin si avvicina al neolaureato e gli sussurra: «Ricordati Ben, il futuro è nella plastica...» con la faccia di Hoffman che rimane alquanto dubbiosa. Oggi, in tempi di pandemia e distanziamento forzato, questa frase torna in mente quando si assiste a diversi show tv che hanno adottato rimedi, sembrerebbe validi, per permettere al pubblico di seguire in sala lo spettacolo durante le riprese. La plastica è il primo, o meglio il plexiglass; quel muro trasparente tagliato a misura che fa da scudo tra uno spettatore e l’altro, oltre naturalmente a mascherine, igienizzanti ecc. Quando per la prima volta venne adottato in tv, verso la fine del primo lockdown, molti spettatori da casa e soprattutto l’intera filiera dello Spettacolo fece un salto dal divano e iniziarono le polemiche. Perché loro sì e noi no? E chi ci assicura che effettivamente si svolga tutto in sicurezza? 

Il primo a rispondere alle accuse fu Maurizio Costanzo che diede il via alla “rivoluzione” con il suo Costanzo show non trasmesso dal teatro Parioli ma da uno studio televisivo: «Volete sapere come funziona? È facile: il pubblico della mia trasmissione prima di entrare fa il test sierologico, e così tutti gli ospiti. Fra una persona e l’altra c’è un plexiglass, e anche fra un ospite e l’altro c’è un plexiglass. Perché non fanno così anche nei teatri? Possono farlo tutti. Facciano così, invece che rompere e fare polemiche! Certo, specifico che il pubblico viene in teatro un’ora e mezzo prima, perché possa essere fatto il test su ciascuno. Quindi io pago gli infermieri, il personale, il plexiglass. Il proprietario del cinema all’angolo faccia così, in modo che non c’è pericolo di assembramento».

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Cosa dice la legge? “I teatri sono chiusi, il pubblico è ammesso negli studi tv. Quanto alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli, perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento “coreografico” o comunque strettamente funzionale alla trasmissione, ferme restando le norme di distanziamento». 


Stesso procedimento è stato adottato da X Factor, il talent-show a tema musicale di Sky, che spiegò in una nota diffusa sui social: «Il pubblico presente a X Factor 2020 segue tutti i protocolli previsti dalle norme: distanziamento, mascherine e tampone prima di accedere al teatro. Il numero dei presenti rientra nella capienza prevista dalle disposizioni attuali. Le persone presenti in sala sono persone assunte appositamente e come tali dispongono delle autorizzazioni necessarie».

A fine maggio 2020, anche Maria De Filippi aveva accolto il pubblico negli studi di Amici. Alla semifinale tornavano in studio 90 persone, sedute a distanza, tutte aspiranti partecipanti ai casting della trasmissione. Pubblico in studio (diviso da plexiglass) anche per Uomini e Donne e C’è posta per te.

Lo studio di "Amici"

Non ha mancato all’appuntamento neanche Ballando con le stelle, su Rai1 (tra gli altri show della Rai anche Soliti ignoti con Amadeus), che ospita da 38 a 45 persone, separate da distanza di sicurezza, ma in un altro studio, collegato tramite fibra ottica a quello in cui si registra lo spettacolo. Due tribune identiche, dalle quali un impianto audio trasmette le reazioni audio, che sovrapposte dalla regia danno l’immagine di una platea unica. Una soluzione alternativa ma che non si può considerare come pubblico in presenza.

Lo studio di "C'è posta per te"

Da parte sua, il Governo, per bocca del ministro Franceschini, ha lanciato recentemente  l’idea di “una Netflix della cultura”, con un’espressione che conferma quanto il gigante dello streaming abbia fatto egemonia e sollevando qualche malumore in Rai che in queste settimane ha rafforzato la propria offerta “culturale” su RaiPlay. In realtà il progetto del ministro (10 milioni stanziato nel decreto Rilancio con la partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti) è quello di trovare un canale alternativo per la fruizione dello spettacolo “dal vivo” (teatro, musica, eccetera), che sta pagando il prezzo più alto alla crisi.

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 All’estero, c’è chi studia alternative “strutturali” come i Teatri in verticale. Lo studio britannico Stufish costruirà infatti nei prossimi mesi la prima struttura ed è già in trattativa con musicisti, compagnie e produzioni di sport e altri eventi: fino a 2.400 posti, in base alle regole sanitarie, per dare all’intrattenimento e alle arti una soluzione sicura per tornare dal vivo. Lo ha disegnato un gruppo di architetti dello studio britannico, specializzati nell’intrattenimento, insieme ad alcuni registi e produttori teatrali. Ha una capacità che varia fra 1.200 e 2.400 persone, in base alle regole di distanziamento sociale che le autorità imporranno nei diversi luoghi del pianeta in cui i diversi “teatri pop-up” dovessero essere montati.


Tornando in Italia, non mancano ovviamente degli studi alternativi anche per il cinema, ad esempio, con piattaforme a pagamento che si aggiungono a quelle già esistenti. Realizzato da Lucky Red, Circuito Cinema e Mymovies, ha debuttato mesi fa Miocinema che propone prime visioni “di qualità” in pay per view: la scommessa è di legare il noleggio digitale alle sale cinematografiche che avranno il il 40% degli “incassi. 

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