Iva Zanicchi: «Raffaella Carrà era l'immagine della gioia. La nostra era amicizia, non rivalità»

Lunedì 5 Luglio 2021 di Mattia Marzi
Iva Zanicchi: «Raffaella Carrà era l'immagine della gioia. La nostra era amicizia, non rivalità»

«Raffaella Carrà era l'immagine della gioia, della spensieratezza, della leggerezza. Quando ho sentito la notizia al tg non ci volevo credere. Ho chiamato subito Cristiano Malgioglio, perché è così: quando si prova un grande dolore, bisogna condividerlo, esternarlo, per realizzare. Pensavo fosse uno scherzo: non lo era», dice Iva Zanicchi dall'altra parte del telefono, ancora incredula per la morte di Raffaella Carrà. 

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Eravate amiche?

«Amiche mi sembra troppo. Eravamo colleghe che si rispettavano. È già tanto per due donne di questo ambiente, dominato dalle rivalità. Ogni volta che facevo spettacoli teatrali a Roma, Raffaella c'era. In camerino mi dava consigli. Ma non mi risparmiava dalle critiche».

Ad esempio?

«Una volta mi disse: 'Lo spettacolo è perfetto. Ma cambia look, ti prego. Questi pantaloni non vanno bene: si vedono le caviglie, devono essere più lunghi. Non ti offenderai mica, se ti dico queste cose?'».

E lei si offendeva?

«Tutt'altro: facevo tesoro di quelle critiche. Frequentandola negli anni capii che Raffaella, prima di essere un'artista a 360 gradi, era soprattutto una manager perfetta di sé stessa: avrebbe potuto ricoprire quel ruolo anche per altri artisti. Ricordo quando mi presentò due impresari spagnoli che avevano collaborato con lei. Decisi di lavorarci insieme, ma si rivelarono davvero scarsi. Poi capii: la mente era lei».

Quando vi conosceste?

«Negli anni dei grandi varietà, di Canzonissima. Ci siamo sempre volute bene, stimate. Ci incontrammo parecchie volte in Argentina: era un mito assoluto, lì. Io mi esibivo nei locali, lei riempiva gli stadi. Ho assistito in prima persona a scene di delirio collettivo in Spagna e in Sud America per Raffaella». 

Cioè?

«Morto Franco, in Spagna nel '75 arrivò lei con l'ombelico scoperto: fece la rivoluzione. C'erano le sue gigantografie ovunque».

"Ha insegnato all'Europa la gioia del sesso", ha scritto il Guardian lo scorso novembre, celebrandola. È così?

«Più che la gioia del sesso, la voglia dello scoprirsi con misura e con classe. Provocò anche lei, ma senza mai cadere nel volgare. Alle Gemelle Kessler rifilarono calze maglie, calzettoni, indumenti inguardabili per coprire quelle cosce: poi arrivò Raffaella e niente fu più lo stesso. Ma dalla sua bocca io personalmente non ho mai sentito neppure una parolaccia. Noi in tv ormai ci lasciamo andare, ci scappano le battutacce ignoranti: lei, invece, non ha mai perso la sua eleganza, quella grazia innata».

Tra le popstar italiane chi può ambire a diventare la nuova Raffaella Carrà?

«Nessuna. E poi hanno tutte abbandonato quel genere».

Quale genere?

«Quello della soubrette classica: la donna di spettacolo che sa cantare, ballare, recitare, completa».

L'ultima volta che l'ha sentita?

«Un po' di tempo fa. Sapevo che sarebbe dovuta tornare in tv con un programma, ma poi non se ne fece niente: forse ha avuto resistenze, difficoltà a convincere i direttori. Ho apprezzato molto anche il modo in cui se ne è andata: in punta di piedi, silenziosamente, senza fare rumore. Oggi appena si ha uno stupido di mal di gola ci si precipita a scriverlo sui social, per attirare l'attenzione. Raffaella è sempre stata diversa». 

Ultimo aggiornamento: 6 Luglio, 13:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA