Rula Jebreal e il caso Propaganda Live: «Donne in tv invitate perché belle e poi parlano 30 secondi»

Lunedì 24 Maggio 2021
Rula Jebreal, la giornalista torna sul caso Propaganda Live: «La battaglia delle parità riguarda tutti, non solo le donne»

Torna a parlare Rula Jebreal dopo il suo no alla partecipazione nel programma Propaganda Live. Un no deciso e che voleva essere un messaggio forte non solo al format condotto da Diego Bianchi, ma a tutti i programmi tv. Vuole mettere fine così la giornalista israeliana «al problema inquientante e spesso ignorato» di invitare le donne in tv anche per la bella presenza «lo capisci quando fanno interventi da 30 secondi, e poi restano ad ascoltare una trasmissione di due ore in cui parlano solo uomini».

 

Un messaggio forte per tutti

E Rula continua a spiegare alla Stampa. «Quando ho visto sette invitati e una donna, ho detto che lo consideravo inaccettabile. Ho voluto mandare un messaggio forte, non solo a Propaganda Live, ma a tutti i programmi tv. Lancio l'allarme per un tema che rispecchia il Paese, anche in politica, task force, lavoro». Uno scontro tutto interno ai progressisti? «Il mondo non progressista dovrebbe tacere - risponde la Jebreal  perché almeno noi parliamo dei temi, ci confrontiamo. Dall'altra parte ci sono solo attacchi sessisti, misogini e razzisti. Si va dalla violenza verbale al silenzio tombale. Almeno tra i progressisti c'è un dialogo acceso, aperto, magari anche aspro, ma c'è. Fa capire che le idee non sono morte, dalla nostra parte. Anzi, proprio perché siamo progressisti, vogliamo evolverci. E siccome siamo onesti intellettualmente, ci critichiamo anche fra noi. Non è un monologo, ma un dialogo aperto e continuo».

 

«La battaglia per le parità riguarda tutti»

«La battaglia per la parità non è una faccenda delle donne - prosegue la giornalista - È una questione che riguarda tutti, di democrazia e giustizia. Se l'uomo non vuole rinunciare al privilegio, mi dà una pacca sulla spalla e dice brava, continua a lottare, le cose non cambieranno mai. Ma le regole si possono cambiare solo insieme. E finché non saremo tutti liberi, nessuno lo sarà davvero». Quanto alle donne che l'hanno accusata di cercare pubblicità, risponde che «mi hanno ricordato momenti del movimento #MeToo, quando donne che hanno denunciato stupri in Italia sono state accusate di farsi pubblicità. È la stessa cosa: loro denunciavano violenza e ingiustizia, io una discriminazione palese. Chi non vuole ascoltare dice che è pubblicità, ma io non ne ho bisogno. Che pubblicità è quella? Non mi avrebbe fatto più comodo andare in tv a promuovere il mio libro? Ho preso posizione, sapendo che avrei scatenato l'ira del programma, per agitare le acque e far riflettere. Magari adesso ci sono colleghi che ci pensano. Tante donne hanno interiorizzato l'anomalia e credono sia la normalità. Ma molte madri, mogli, figlie, sorelle stanno riflettendo: così comincia il cambiamento».

 

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