Djokovic espulso dall'Australia,
insieme a Nole perde tutto il tennis

Domenica 16 Gennaio 2022 di Vincenzo Martucci
Djokovic espulso dall'Australia, insieme a Nole I di Serbia perde tutto il tennis

Novak Djokovic, il numero 1 del mondo, il campione di 20 Slam, che, interrogato ed arrestato tre volte, tradotto in due occasioni in un casermone per rifugiati ed esuli politici, e infine scortato di notte come un ladro in aeroporto sotto sorveglianza e rispedito al suo paese via Dubai, non è una bella immagine per il tennis. Mentre l’ATP Tour col suo spirito “giovane”, nel pieno della tempesta del “Nolegate”, invece di prendere una posizione ha annunciato il ciak di una serie Netflix sulle racchette. Ahinoi, insieme a Nole I di Serbia ha perso anche il tennis, come ha ben sottolineato Rafa Nadal, ergendosi ad unico, vero Uomo, con la U maiuscola, di questa storiaccia, decisa, non sul merito di una persona che non si vuole vaccinare contro il Covid ma sulla opportunità (e il rischio) che diventi un martire e un leader dei pericolosissimi No Vax. Come purtroppo hanno lasciato intendere i messaggi social dei suoi fanatici, e ciechi, sostenitori e le violenze di piazza a Melbourne.

La colpa è soprattutto del tennis che non si dà regole certe e indiscutibili. Non le possiede nemmeno nei tanto decantati tornei dello Slam, luccicanti come l’oro che producono, le ultime gare che si disputano con partite al meglio dei 5 set. Australian Open, Roland Garros Wimbledon e Us Open non riescono a mettersi d’accordo per unificare formula e programmazione. Pensiamo ai tie-break al set decisivo: a Melbourne è stato appena introdotto ma è un super-tie-break e premia chi arriva a 10 punti (con vantaggio di 2), a Parigi si va ad oltranza, agli US Open ci sono, classici, a Londra si giocano sul 12 pari e non sul 6 pari. Per non parlare del calendario di gare talmente folle da falsare il risultato finale come agli Australian Open e agli Us Open, con le ultime partite o troppo compresse o troppo dilatate. E, quando è esplosa la pandemia Covid, i veri padroni del tennis hanno deciso clamorosamente e unilateralmente a tavolino il proprio futuro: il Roland Garros s’è auto-traslocato due mesi più tardi e Wimbledon ha deciso di cancellare le perdite annullando il torneo perché era protetto da una corposa assicurazione. Figurarsi se, davanti a un tema spinoso come i vaccini, le regole potevano essere ferree. Perciò era inevitabile che prima o poi esplodesse un caso, e il tennis rimanesse col, cerino acceso in mano facendoci una tragicomica figura.

L'immagine di Djokovic su un palazzo di Belgrado

 

Nole I di Serbia

Novak Djokovic non potrà più rifulgere con la sua aurea di semidio - addirittura di Gesù secondo il papà ultrà -, con i suoi comportamenti delle ultime settimane è sceso al livello di uomo della strada che si arrabatta e scende a compromessi. Altro che campione che ha sfiorato l’anno scorso il Grande Slam come il mitico Rod Laver, altro che GOAT (Great of All Time, il più grande di sempre, ndr) del suo sport e dello sport tutto, altro che esempio del suo popolo e di quello del tennis. Ha dovuto ammettere i propri errori, ha scaricato colpe tutte sue su un dipendente, sia pure amico come il manager, ha violato tutte le regole del vivere comune, e in più paesi, si è mostrato protervo e tracotante come i personaggi che contesta sin dall’inizio della sua straordinaria ed ammirevole scalata agonistica e ora nella guerra che sta facendo con il nuovo sindacato in alternativa all’ATP. Come potrà ripresentarsi nel suo mondo come se nulla fosse successo? Già aveva avuto, in campo e fuori comportamenti discutibili, dall’organizzazione dello sciagurato Adria Tour che s’era concluso col contagio di più colleghi, lui compreso, al famoso gesto di stizza a New York, quando aveva colpito una giudice di linea, che gli era costato la clamorosa espulsione dagli US Open. Tralasciando sugli altri scatti d’ira funesta. Insieme all’eroe di Belgrado però, perde la faccia anche il tennis, a dispetto di campioni così belli e bravi e di sfide così esaltanti, e di battaglie ancora così eccitanti fra la vecchia generazione che non demorde e la nuova che incalza sempre più.

 

 

DECISIONI

Al vertice del tennis ci vorrebbe chiarezza nella ridistribuzione di fra oneri ed onori fra le varie anime di questo sport, fortemente diviso fra gli interessi di giocatori, ATP Tour (che ha appena cambiato guida, passando all’italiano Andrea Gaudenzi, ma ancora non ha compiuto passi significativi), ITF (la federazione internazionale, mai apparsa tanto debole ed apallica), organizzatori di tornei, manager e sponsor. Bisognerebbe allinearsi davvero - come predica da sindacalista Djokovic - alle grandi sigle professionistiche USA, e quindi i giocatori dovrebbero dividersi maggiori proventi della torta, visto che sono i principali artefici dello show, mentre oggi come oggi chi ne gode di più i benefici economici sono i quattro Majors.

 

 

 

 

 

Bisognerebbe unificare ATP e WTA, decongestionare il calendario nel periodo estivo, risolvere il dualismo fra le gare a squadre per nazioni (Davis e ATP Cup) e alleggerire gli appuntamenti di novembre. Bisognerebbe varare tante iniziative strutturali, ma intanto chi governa dovrebbe sedersi attorno a un tavolo per varare regole Covid chiare, prima dei prossimi grandi tornei che già incombono a marzo con la campagna in Nord America e poi a maggio con Montecarlo-Madrid-Roma-Parigi. Perché la figuraccia di Melbourne con le troppe scappatoie architettate dietro le quinte fra un torneo e una federazione e un giocatore non diventino una burla vergognosa, di proporzioni mondiali e dai contorni indimenticabili che peseranno per sempre su quello che era definito “noble art” ed aveva attori vestiti di bianco che inseguivano una palla bianca.

Bisognerebbe che qualcuno dei grandi campioni di ieri si sacrificasse, magari a turno, per assumere la leadership dei grandi organi e mettere ordine. Non si potrà aspettare che Roger Federer decida di concludere la sua avventura in campo, e comunque ha confermato di non essere la persona adatta anche in questa triste occasione del Nolegate, nel momento in cui il suo mondo avrebbe avuto terribilmente bisogno di una guida, di una parola, di un messaggio forte e chiarificatore. Servirebbe un Mats Wilander, un John McEnroe, un faro, un personaggio credibile, attorniato da persone credibili, da professionisti seri. Così come seri sono stati in fondo i due ministri di Melbourne che, per il bene comunque, hanno preso una decisione politica decapitando il proprio torneo e insieme il numero 1 e il tennis tutto della sua credibilità. Quanto sarebbe stato meglio se Novak fosse stato costretto a vaccinarsi da regole indiscutibili e insormontabili? Quando sarebbe stato preferibile se il tennis avesse risolto da solo, dimostrandosi migliore di tante altre realtà, senza aver bisogno di un intervento dall’alto?

 

GRANDE ITALIA

In questo momento di grande incertezza, l’entusiasmante Italia, che brilla dopo trent’anni al vertice con più giocatori competitivi e anche positivi nei comportamenti, conquista emblematicamente anche la testa del tabellone principale del primo Slam della stagione, sostituendo il nome di Novak Djokovic con quello di Salvatore Caruso. D’accordo, è un avvicendamento d’ufficio del numero 1 del mondo con un lucky loser, uno sconfitto ripescato dalle qualificazioni, non è di certo un cambio alla pari. Ma proprio nel nome di un grande e generoso lavoratore della racchetta questo avvicendamento suona come un un riconoscimento ai grandi sforzi organizzativi ed agonistici del movimento, in primis del presidente federale Angelo Binaghi, che ha cambiato faccia al tennis italiano portando a Torino per almeno 5 anni anche le ATP Finals. Magari, chissà, ci auguriamo che sarà proprio l’Italia a indicare la retta via anche al tennis tutto. A cominciare dal torneo di Roma.

 

 

L'udienza in diretta

 

 

Salvatore Caruso

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 08:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA