Football, il romano Habakkuk Baldonado: «Il mio sogno americano? Il super bowl»

Domenica 10 Ottobre 2021 di Giacomo Rossetti
Football, il romano Habakkuk Baldonado: «Il mio sogno americano? Il super bowl»

Se hai tutto un Paese sulle spalle, essere alto un metro e novantasei e pesare quasi centoventi chili di muscoli può essere molto utile. Lo sa bene Habakkuk Baldonado, il ragazzone di Colli Portuensi che è l’orgoglio azzurro del football americano, unico romano in NCAA (il campionato universitario a stelle e strisce), dove gioca per i Pittsburgh Panthers dopo l’esperienza liceale alla Clearwater Academy International. Di ruolo “Habba” - il cui nome si deve al papà caraibico, scomparso quando lui aveva appena 13 anni - fa il defensive end, uno di quei giocatori della squadra in difesa deputati al compito di braccare il quarterback, il regista offensivo avversario. La stagione dei Panthers è cominciata molto bene (quattro vittorie e una sconfitta) e l’italiano sta ben figurando: l’obiettivo è entrare a far parte di quella lega dorata chiamata NFL, dove in pochi arrivano e ancora meno rimangono, Magari sognando il Super Bowl. 

Quando ha indossato la prima volta un casco da football?
«Avevo 11 anni, rimasi due mesi ai Lazio Marines, poi smisi e ricominciai solo a 16, definitivamente innamorato della palla ovale».

Pittsburgh non è Roma: cosa le manca della sua città?
«La mia famiglia e i miei amici. Poi ho nostalgia dell’atmosfera capitolina, di posti magici come Piazza Trilussa, Campo de’ Fiori…».

 

 

Cosa dovrebbe imparare l’Italia dal sistema sportivo Usa?
«L’importanza che si dà allo sport: qui si pratica a ogni età, fa parte del curriculum scolastico. C’è sempre una formazione per cui tifare. In Italia l’ora di educazione fisica va sempre “in puzza”, per dirla in romanesco. Avere una squadra della scuola appassionerebbe molto i ragazzi. Ma l’Italia non vuole cambiare».

In cosa gli Stati Uniti dovrebbero invece guardare all’Italia?
«Dal punto di vista della qualità della didattica, il divario è incomparabile. E poi noi italiani ci sappiamo rilassare: negli USA pensano solo a lavorare».

Ha parlato della mancanza della sua famiglia...
«Mi mancano tanto. Ho un fratello, Jonathan, più piccolo di due anni. Fa il lottatore di MMA. Iniziò per seguire me che all’epoca praticavo arti marziali miste, e ora vuole diventare professionista. Di recente è andato anche a Praga per un match. Ci ha cresciuti nostra madre Paola. Con lei ho un rapporto strettissimo: prima delle partite mi raccomanda sempre di non farmi troppo male».

Per giocare a football non si deve avere paura del dolore?
«Il dolore fisico c’è sempre, ma tu lo combatti. Recentemente ho placcato un avversario dopo che mi era volato via il casco».

Che scuola ha frequentato a Roma?
«L’istituto meccanico Armellini, volevo fare ingegneria alla Sapienza. Ero pure riuscito a entrare, ma una volta ottenuta la borsa per Pittsburgh ho cambiato indirizzo (ora studia economia, ndc)».

Si dice di una sua grande passione per moto e auto...
«Ce l’ho da sempre. Ho appena comprato una Ducati 1200 Multistrato, ovviamente rossa: mi ci diverto andando in giro nei dintorni di Pittsburgh, dove è pieno di boschi».

E lo stereotipo del quarterback che rimorchia più di tutti?
«È vero, ma anche i defensive end “acchiappano”, soprattutto se fanno un sacco di placcaggi e sono italiani (ride, ndc)».

Preferirebbe atterrare la leggenda Tom Brady o Patrick Mahomes, il nuovo volto della NFL?
«Dico il secondo, perché è più giovane e corre di più».

Che sensazioni ha per il draft 2022?
«Per ora sto giocando bene, ma devo fare sempre meglio. Arrivare in NFL sarebbe un sogno».
 

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