Ginnastica e bulimia, abusi psicologici
sulle atlete inglesi: «Casi anche in Italia»

Giovedì 9 Luglio 2020 di Romolo Buffoni
La Bbc l'ha chiamata «cultura della paura». La ginnastica britannica è sotto choc da quando la tv nazionale ha trasmesso un documentario di denuncia di abusi, violenze fisiche e mentali a cui sono state sottoposte per anni ginnaste di élite. Vessazioni che avevano come obiettivo quello di tenere sotto controllo il peso delle ragazze, che dovevano rimanere magre. Ad ogni costo. Palestre come prigioni, quindi, con famiglie all'oscuro di tutto. Almeno fino a quando qualche ragazza, ormai ex atleta, ha deciso di raccontare tutto facendo ripiombare nel buio il mondo della ginnastica, da sempre ossessionato dalla coercizione del corpo femminile e non solo (basti pensare ai vecchi atleti del blocco sovietico) fino alla storia di molestie sessuali nella squadra olimpica Usa con il medico che abusò tra il 1996 e il 2014 di oltre 350 ginnaste, tra cui le olimpioniche Gabrielle Douglas, Aly Raisman e Simone Biles.

Delitti descritti nel documentario «Athlete A», appena uscito su Netflix. Proprio la visione della serie avrebbe indotto le ex ginnaste inglesi a denunciare di essere state costrette al digiuno, o ad assumere farmaci e antidolorifici per gareggiare pure se infortunate. Racconti sconvolgenti, che hanno indotto la federginnastica britannica ad aprire un'indagine. Nicole Pavier, oggi 24enne, è stata tra le prime a raccontare come a distanza di anni dal ritiro conviva ancora in totale conflitto con il suo peso corporeo.

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Alla Bbc ha raccontato di essere diventata bulimica all'età di 14 anni, con la sensazione di essere una persona «completamente svuotata» e dominata solo da terrore di ingrassare e non essere all'altezza delle aspettative dei suoi allenatori-aguzzini. «Solo oggi, che sono un'adulta, posso capire le conseguenze a lungo termine di quel periodo - racconta la Pavier -, dai disordini alimentari al cronico dolore, dai costanti incubi notturni al non sentirmi mai bene con me stessa».

«Sì, le controllavamo costantemente, ma non abbiamo mai usato violenza psicologica», si difende Claire Barbieri, allenatrice della Pavier. «Eppure ancora oggi odio il mio corpo, mi sento sempre grassa - spiega Nicole -. Mi sveglio la mattina e non voglio fare colazione. Certi giorni poi non mangio del tutto». In caso di disobbedienza, ovvero pasti fuori orario o fuori dalla dieta prescritta, le testimoni raccontano di episodi di punizioni sotto forma di allenamenti extra anche per coloro reduci da infortuni e ancora doloranti. Metodi che hanno generato stati di prostrazione psicologica che, in giovane età, hanno lasciato danni persistenti nella psiche di quelle che ormai sono donne, preda di stati di ansia e/o depressione riconducibili alle giornate trascorse in palestra.

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Ma nello sport, soprattutto femminile, tutto il mondo è paese. Anche in Italia sono segnalate storie di metodi di allenamento esasperati ed esasperanti che hanno causato disturbi psicologici e alimentari a ragazze ancora bambine. Ci sono casi nel ciclismo, di atlete ancora in attività. Casi documentabili, che passano sotto silenzio per la paura delle vittime di denunciare e poi subirne le conseguenze. Ragazze alle quali, direttamente o meno, i loro allenatori chiedevano la magrezza prima di tutto, al punto che una di loro colta da anoressia si presentò al via di una corsa irriconoscibile tanto era andata sotto peso.

Ragazze salvate dai genitori o, in un caso, dal fratello maggiore, ciclista anch'egli, che ne avvertì il disagio prima che diventasse irreparabile. «Salendo di categoria gli allenamenti si facevano via via più impegnativi e io non riuscivo a restare su alti livelli. Mi sentivo presa di mira perché non vincevo più e ho cominciato a mangiare sempre meno finendo per bruciarmi i muscoli...». Impossibile da accettare l'esistenza di incubi del genere là dove dovrebbero esistere soltanto sogni d'oro, sogni di una medaglia alle Olimpiadi. Ultimo aggiornamento: 08:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA