Michael Jordan, tra tv e leggenda. E quella volta che ruppe un tabellone a Trieste

Lunedì 20 Aprile 2020 di Marino Petrelli
L’attesa è finita, “The Last Dance” è arrivato in Italia. Il docu-film dedicato all’ultima stagione dei leggendari Chicago Bulls, quella del sesto anello Nba, e apice di un successo clamoroso che fece di quella squadra forse la più forte al mondo in tutti i tempi. Michael Jordan come protagonista, ma non solo. L’ultima danza, quella del 1998 con una squadra pronta a essere smembrata ma capace di vincere un’ultima volta. Ma anche tanti flash back, come la chiamata di MJ al Draft 1984 con il numero tre assoluto, la vittoria alle Olimpiadi a Los Angeles, e quel 1985 che è uno spartiacque della storia dei Bulls che verrano negli anni seguenti. Le prime due puntate sono molto interessanti e coinvolgenti. Le prossime, in arrivo due alla volta ogni lunedì, prevedono molti colpi di scena. Fino al 18 maggio.

Pochi ricordano che esiste anche un Jordan “italiano” che nell’agosto di quello stesso 1985 arrivò a Trieste per giocare una partita esibizione organizzata dalla Nike, che aveva deciso di lanciare il primo modello di “Air Jordan”. “Era il 25 agosto 1985 e la Stefanel Trieste aveva in programma un’amichevole contro la Juve Caserta allenata da Tanjevic. La Nike aveva previsto che Jordan giocasse un tempo in una squadra e un tempo nell’altra, ma Tanjevic voleva vedere all’opera la sua squadra al completo e si fini per far giocare Michael solo con Trieste -  racconta Santi Puglisi, allenatore di quella Stefanel e uno dei più importanti allenatori e dirigenti del basket italiano -. Fu uno spettacolo vederlo giocare, era un predestinato e la sua prestazione fu monumentale”. 

Puglisi ricorda ogni dettaglio di quella serata. La Nike aveva organizzato tutto, dopo Trieste erano previste altre due partite a Roma e Caserta, ma quella sera fu davvero speciale "Michael aveva una gran voglia di mettersi in mostra e vincere, come era suo solito - aggiunge l’allenatore -. Senza nessun allenamento, io lo incontrai solo per la riunione tecnica e spiegai qualche schema alla lavagnetta. Doveva essere una partita di pre campionato senza particolari forzature, ma Tanjevic ci teneva a vincere e ad un certo punto si mise a zona, la vecchia 1-3-1 che ora non si fa più, e fui costretto a chiamare time out per spiegare in un minuto come attaccare la zona, cosa sconosciuta negli Stati Uniti e a Jordan. Lui mi disse subito: coach don’t worry, non ti preoccupare. Sistema la squadra da una parte, fai passare la palla a me e c penso io. Fu un autentico show, recuperammo punto su punto, Adamo al supplementare e vincemmo di un punto”. 

LA SCHIACCIATA DEL NUMERO 23 - Per il rookie della stagione appena conclusa e futuro sei volte campione del mondo, 30 punti segnati con un repertorio infinito di soluzioni offensive. E anche con un tabellone mandato in frantumi. “Jordan si alzò dalla linea della lunetta e andò a schiacciare alla sua maniera, solo che il canestro del vecchio pala Chiarbola non era così forte da sostenere una tale schiacciata - ricorda ancora Puglisi -. Il tabellone andò in frantumi e ne fecero le spese Generali e Tato Lopez, uruguaiano che giocava a Caserta e che per cercare di fermare il numero 23 si ruppe i tendini di una mano e fu portato a Cesena in un centro specializzato”.

Puglisi, che vanta tra l’altro 11 stagioni alla Fortitudo Bologna, 6 a Pesaro con tre finali scudetto e una partecipazione alla Final Four di Coppa dei campioni, come si chiama una volta l’attuale Euroleague, e sei stagioni da dirigente a Brindisi, riportata in serie A esattamente dieci anni fa, lasciò la Stefanel a sei giornate dalla fine, poi la squadra retrocesse. Ma da Trieste l’anno successivo andò ad allenare Reggio Calabria, dove uno dei due stranieri era Joe Bryant, papà di Kobe che aveva seguito il genitore nella sua esperienza al sud e come fece in tutti e otto gli anni in Italia, a Pistoia, Rieti e Reggio Emilia.

Inevitabile chiedere un racconto sul compianto numero 24. “Era piccolo, ma era già unico - conclude Puglisi -. Era presente a tutti gli allenamenti e si portava sempre il pallone sotto braccio, poi appena io spostavo la squadra in una metà campo, lui si impossessava dell’altra e si metteva a tirare senza sosta e quando io gli urlavo di smettere, lui continuava senza ascoltarmi. Faceva bene, è diventato un giocatore immenso per questa sua voglia di perfezione. La sua morte mi ha lasciato un segno profondo, così come quella di Franco Lauro qualche giorno fa. Lo avevo frequentato ai tempi della Stella Azzurra, a Roma, e poi da giornalista veniva spesso a Pesaro per le sue telecronache. Arrivava sempre all’ultimo minuto, ma era competente e anche un bravissimo ragazzo. Questo 2020 non sarà ricordato come uno degli anni migliori, anche a causa del Coronavirus che ha chiuso il basket e lo sport e ci costringe ad una situazione anomala. Speriamo cambi presto questa situazione”. © RIPRODUZIONE RISERVATA