Curry, 62 punti per cancellare
i dubbi di haters e avversari

Martedì 5 Gennaio 2021 di Gianluca Cordella

Ci sono quesiti sportivi destinati a durare in eterno. Meglio Pelè o Maradona? Nessuno potrà mai dirlo. Ce ne sono altri, al contrario, che sembrano destinati a non trovare mai una risposta oggettiva ma che poi, per un improvviso verificarsi di condizioni, arrivano al capolinea della logica. E lì partoriscono la verità. Nuda e cruda. Da tempo, ad esempio, gli appassionati di basket Nba si interrogavano sulla legittimità del diritto di cittadinanza di Steph Curry tra i campioni di ogni era. Il play Warriors è un giocatore spaziale o è uno che mette insieme numeri pazzeschi perché inserito in un contesto che trabocca di per sé di perfezione? Visto il ciclo che Golden State ha aperto nel 2015 (cinque Finals consecutive, tre delle quali concluse in trionfo) il quesito sembrava irrisolvibile. Poi, nella Baia, smobilitazione e sfortuna sono diventate parte integrante del roster. Che ha salutato Kevin Durant, passato ai Nets. E, suo malgrado, Klay Thompson, vittima di due terribili infortuni che lo hanno tenuto fuori per tutta la scorsa stagione e lo stesso faranno per quella appena iniziata. Lo stesso Curry sta ritrovando continuità ora, dopo aver giocato appena cinque partite un anno fa. Insomma, il contesto intorno a lui non è più così straordinario. Anzi, visti gli ultimi arrivi in gialloblù, non è sbagliato parlare di una squadra limitata. Ecco: con compagni tutt’altro che eccelsi e contro un team di prima fascia come Portland, Curry nella notte tra domenica e ieri ha vinto da solo. Segnando 62 punti, suo massimo in carriera, e guidando la non invincibile armata Warriors al terzo successo nelle prime sei uscite. Roster alla mano, un mezzo miracolo. 

Curry ha 32 anni: un solo giocatore era riuscito prima di lui a sfondare il muro dei 60 punti dopo i 30 anni. Era Kobe Bryant. Va ricordato però che Black Mamba, che pure fece l’impresa a 37 anni suonati, ci riuscì nella sua ultima partita prima dell’addio al basket: 60 punti nella vittoria contro i Jazz che non avevano altri obiettivi se non fare da sparring partner per l’ultima notte del fenomeno gialloviola. Prestazioni dal peso diverso, insomma. E, comunque, il dato anagrafico, al di là del record, dice poco. Quello che spiega tutto, al contrario, è perché Steph Curry abbia tirato fuori una prestazione di questo livello. E allora è necessario riavvolgere il nastro di qualche giorno.  

Video

Il dibattito sul 30 di Golden State si infiamma dopo che gli stessi Warriors postano un video in cui Steph si allena al tiro dall’arco e, una tripla dopo l’altra, ne infila ben 103 consecutive, sbagliando per la prima volta dopo oltre cinque minuti ininterrotti. Una prestazione mostruosa che rende il video tra i più visti sul web. Peccato che gli haters non si fermino nemmeno durante le feste e così, negli Stati Uniti come in Italia - l’arroganza social sembra essere una delle poche cose realmente globali - iniziano a spuntare, tra i tanti commenti di ammirazione, anche gli insulti. 

Tra chi gli ricorda che fare il fenomeno in allenamento non è come farlo in partita (come se Curry non avesse dato loro controprove, in passato) e chi gli rammenta il disastroso 2 su 10 al tiro da tre dal quale era appena reduce nella disfatta di Natale contro i Bucks, il partito del giocatore sopravvalutato si rafforza. Come se non bastasse, qualche giorno dopo, arrivano le parole di Damian Lillard, All Star dei Blazers, che dopo aver asfaltato i Warriors a Capodanno, disegna così il momento di Curry: «Giocando con compagni di squadra più giovani, ha più difficoltà a trovare tiri di alta qualità. Non può più tirare da lontano tanto per farlo come faceva prima: adesso riceve molte più attenzioni dalle difese avversarie». Analisi lucidissima, per carità. Ma che deve aver punzecchiato Steph, alla pari delle critiche sui social, di cui il playmaker di Steve Kerr è grande utilizzatore.

E così, proprio in occasione della seconda sfida contro Lillard, Curry ha risposto sul campo con percentuali pazzesche: 58% al tiro (18/31) con il 50% da tre (8/16) e 94,7% ai liberi (18/19), altro personal best. Curry ha vinto confermando al compagno di Dream Team le sue teorie sulla squadra giovane e inesperta. Ha creato tiri da 3 quando ha potuto, ha attaccato il ferro in tutte le altre circostanze. E ha dimostrato di essere un leader e un campione da Hall of Fame, uno che può vincere le partite da solo. «Quando siamo entrati in campo ho visto qualcosa di strano nei suoi occhi - ha raccontato Draymond Green, l’unico fenomeno dei Warriors campioni ancora al servizio di Steph - Ho detto subito a Looney: portagli i blocchi e levati di torno perché stasera non intende passarla». Si sarà rifatto gli occhi anche il nostro Nico Mannion, che aveva Steph come idolo e ora lo studia in silenzio da compagno di squadra. Lo stesso silenzio scelto dal guerriero dopo l’impresa. Ha usato l’arma dei social: i meme. Nella fattispecie quello con il Michael Jordan di “The last dance” che dice: «...and I took that personally», l’ho presa sul personale. Messaggio e destinatari sono chiari: mai mettere in discussione il due volte Mvp.  

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