Kobe Bryant, un anno fa la morte;
LeBron: «La ferita non è ricucita»

Martedì 26 Gennaio 2021 di Flavio Pompetti
Kobe Bryant, un anno fa la morte; LeBron: «La ferita non è ricucita»

Los Angeles è tappezzata di pitture murali che ricordano Kobe Bryant. Centinaia di graffiti, più intensi intorno allo Staple Center dove giocano i Lakers, ma presenti anche a grande distanza: a Beverly Hills, a Santa Monica e a Venice. Qualcuno ha preso addirittura la briga di contare quelli dipinti all’estero, in trenta paesi che includono l’Uganda, Haiti e la Croazia. Ma nel giorno che segna il primo anniversario della sua scomparsa la città resta muta, come se fosse ancora troppo stordita, piegata dal dolore per reagire con una celebrazione. «Non sono ancora pronto a parlarne – ha tagliato corto Paul Gasol di fronte alla domanda di un cronista – Non ho le parole per esprimere quello che provo». «Si dice: il tempo cura tutto. Appunto, abbiamo ancora bisogno di tempo», gli ha fatto eco LeBron James.

 

I compagni di squadra hanno incorporato la memoria della loro stella in una forma più sottile e profonda: giocatori indossano da tempo le scarpe firmate da Bryant. L’urlo: «Mamba on three», il motto della scuola di basket da lui fondata, è ormai uno degli slogan più frequentemente urlati dai tifosi durante le partite. Nessun interesse invece per rivivere a così breve distanza la giornata drammatica del 26 gennaio, il giorno in cui l’elicottero che portava Kobe, sua figlia Gianna, altri sei ospiti e il pilota, si è fracassato contro la collina in un giorno di fitta nebbia. Non una parola in campo durante la trasferta a Cleveland lunedì sera, né domani a Filadelfia. È la stessa moglie Vanessa a chiedere il rispetto del silenzio: «Quest’anno è già stato abbastanza traumatico per noi – ha scritto sui social – Per favore aiutateci a non rivivere i momenti più drammatici. Evitate di mostrare i filmati dell’incidente. Celebrate la vita, e non la morte». La vita di Black Mamba è stata rivisitata dalla Espn domenica nel corso di uno special affollatissimo di testimoni di primo piano, preceduto dalla replica dell’ultima partita disputata dall’ala dei Lakers, quella nella quale inflisse 60 punti e la sconfitta agli Utah Jazz. L’ex Lakers Jerry West, il manager che sacrificò Vlade Divac per il diritto di scegliere Kobe nel draft del 1996, non è riuscito a trattenere l’emozione quando ha ricordato l’arrivo in città del ragazzone di 18 anni, già destinato a diventare una stella nel suo giudizio, ma ancora troppo giovane per orientarsi da solo nella metropoli californiana. «Era di casa con me e mia moglie; veniva a magiare da noi, e io ne approfittavo per tenerlo d’occhio per controllare che non si mettesse nei guai. Il modo migliore che ho per onorarlo oggi è considerarlo ancora come un mio figlio, e per questo la sua mancanza mi è ancora più dolorosa». Allo spettacolo hanno partecipato Gasol, le giocatrici della Wnba Sue Bird, Geno Auriema e Lisa Leslie, il cronista sportivo Stephen Smith e l’amico rapper Snoop Dogg. 

Il prossimo passo sarà l’installazione di una statua commemorativa, all’esterno dello Staple Center. La proprietaria dei Lakers Janie Buss aveva legato l’evento all’ingresso di Bryant nella Hall of Fame del basket. Una forma di rispetto per l’istituzione imponeva di rispettare il passaggio che avrebbe dovuto accadere l’anno scorso, ma che è stato rinviato al 2021 per via del coronavirus. Le due data sono ora imminenti e forse avverranno in contemporanea. Si dibatte la forma che la scultura dovrebbe avere. Una grossa ipoteca l’ha posta Shaquille O’Neil, con l’idea di immortalare l’entrata in avvitamento che permise a Kobe di pareggiare il parziale, e poi vincere la quarta partita di playoff contro i Phoenix Suns, sette decimi di secondo prima della campana dei tempi regolamentari.

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