Benevento, il gigante Glik:
«Niente per noi è impossibile»

Giovedì 24 Settembre 2020 di Pino Taormina
Ha sfiorato la vittoria in Champions con il Monaco ed è uno dei leader della nazionale polacca tra le favorite al prossimo Europeo. È il fiore all'occhiello del mercato del Benevento, il difensore cresciuto in Italia tra Palermo, Bari e, soprattutto, Torino. Dove è stato il primo capitano straniero dal 1923. Kamil Glik ha stregato Vigorito. E Vigorito è rimasto stregato dal bello di giorno (come lo ha ribattezzato Boniek), il ragazzo che cita Papa Giovanni Paolo II e legge nel tempo libero Kapuscinski.

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Glik, come è la serie A vista dalla Francia?
«Mi mancava, per questo ho deciso di tornare qui. Anche se al Monaco ho vissuto una esperienza straordinaria. Ma questo italiano è un campionato dove i difensori fanno la differenza, dove l'organizzazione conta più delle qualità individuali».

Dove vuole arrivare con il Benevento?
«Ho imparato che l'impossibile non esiste quindi dire solo vogliamo salvarci non sarebbe vero. Col Torino siamo partiti dalla B e siamo arrivati in Europa League: questo gruppo ha stravinto l'ultimo campionato con il record di punti e, se non sei forte davvero, certe cose non riesci a farle. Ha un progetto di crescita importante e ha un tecnico come Inzaghi che si capisce subito che ha delle idee molto chiare, è determinato, ha competenza. E ha la personalità per farsi ascoltare».

Perché il Benevento?
«Perché ho parlato con il presidente Vigorito e sono stato travolto dalla sua passionalità. Io ho avuto l'impressione nei pochissimi incontri che ho avuto che davvero il calcio per lui sia una questione di cuore e non di business e questo aspetto mi ha fatto dire di sì senza esitazione. E quando do una parola non cambio mai idea. E così ho fatto».

Come ha vissuto i mesi del lockdown?
«Non ho avuto paura del virus, ho continuato ad allenarmi anche se con il Monaco la stagione è terminata a marzo. Ma dal 20 giugno siamo tornati a correre anche se il campionato non ha più ripreso e poi, quando non c'è il calcio, per tenermi in condizione e curare il fisico faccio Mma, le arti marziali miste che pratico fin da quando ero piccolo».

La Ligue 1 è stato l'unico grande campionato europeo che non ha ripreso in estate. Giusto secondo lei?
«Ci sono molti pro e contro. A vedere il rendimento del Lione e del Psg nella final eight di Champions la lunga pausa ha fatto bene, poi ho visto anche tante partite in Premier o in Liga dove ci sono stati degli infortunati probabilmente collegati al ritorno in campo. In Francia sono già alla quarta giornata. Ma per capire se è stata una scelta corretta bisognerà attendere anche questa stagione, per vedere il rendimento di tutti».

In serie A domina la Juve da 9 anni. Da ex capitano del Torino pensa che ci sia chi possa fermarla?
«Senza l'interruzione per il coronavirus, la Lazio avrebbe reso la vita molto più difficile ai bianconeri e credo che potevano davvero giocarsela fino in fondo. Cosa che non le è riuscita in estate. Ma quest'anno può ripetersi. Vedo bene l'Inter come al solito, mi piace il Napoli di Gattuso e di Zielinski e chissà che l'Atalanta non possa diventare il Leicester italiano...».

L'esordio sarà contro il suo vecchio amico Quagliarella?
«Vero, gara difficile con la Sampdoria. Giocare a Marassi senza pubblico può essere un vantaggio ma sinceramente io preferisco mille volte avere i tifosi sugli spalti. Non vedo l'ora di sentire i loro cori e di non sentire più le voci dei calciatori in campo... Peraltro mi dicono che l'atmosfera che si respira nello stadio del Benevento quando è pieno è straordinaria».

In Francia ha incrociato Osimhen?
«Sì, alla vigilia di Natale: fece gol contro il Monaco ma noi vincemmo 5-1 e una rete la segnai anche io. È giovane, è un talento, ma la serie A e il campionato francese sono molto diversi. Lì tutto viene lasciato alla fantasia. Qui è tutta disciplina, tattica, movimenti studiati durante la settimana. Ci vuole pazienza per potersi imporre, anche se l'impatto a Parma mi è parso molto positivo».

Da leader della nazionale polacca è preoccupato per il braccio di ferro tra Milik e il Napoli?
«Sono cose sue che risolverà. Io seguo tutto da spettatore, neppure l'ho voluto chiamare perché è chiaro che non è un momento semplice per lui e in questi momenti uno vuole solo essere lasciato in pace».

È difficile lasciare Montecarlo?
«Il Principato di Monaco è un posto unico, ovunque vai dopo è diverso. Ma ho fatto qualche passeggiata per il centro di Benevento e devo dire che ho ritrovato subito quel calore degli italiani che un po' mi mancava. Loro vivono per il calcio e uno che fa questo nella vita ha bisogno di sentire questa passione».

Come è cambiato Glik in questi anni francesi?
«È stato un grande salto di qualità, con il Monaco ho vinto il campionato e sono arrivato alla semifinale di Champions con una squadra in cui c'erano Fabinho, Falcao, Mbappé e che se fosse rimasta assieme un altro anno avrebbe conquistato l'Europa. E tutta questa esperienza ora la porto nel Benevento, in questa squadra dove ho deciso di venire per convinzione, sicuro di poter vivere una esperienza da protagonista».

Il possesso palla sembra passato un po' di moda, non crede?
«Non credo che sia così. Credo che però non conti il numero dei passaggi che si fanno per fare gol, ma i gol che fai. Giocare bene e non vincere non serve a nulla. Il risultato viene sempre prima di ogni cosa».

Ha conservato le fasce personalizzate da capitano del Toro?
«Molte le ho a casa mia perché facevo scrivere delle frasi che erano indicative della mia vita. Quella a cui sono più legato e che ho portato per più tempo recitava una frase di Giovanni Paolo II: Ieri non è più tuo. Domani è incerto. Oggi è ciò che conta. Ed è proprio così, perché conta solo l'oggi, si può guardare giusto un po' indietro nel tempo ma solo per ricordare i propri sbagli».

Ne ha commessi?
«Ma magari sì. Ora sono felice. Torno in Italia, le mie bimbe Victoria e Valentina sono la mia gioia e mi hanno seguito a Benevento fin dal primo istante. E non vedo l'ora di iniziare questa avventura a Benevento».

Boniek lo ha sentito prima di tornare in serie A?
«No, ma lui da presidente della federazione polacca segue tutti noi da vicino. Sono affezionato a Boniek: quando ero a Torino mi diede un soprannome giocando sul fatto che alla Juventus lui era il bello di notte... A me dopo una bella prestazione disse che ero il bello di giorno perché con il Toro giocavamo molto spesso di pomeriggio o anche all'ora di pranzo».

Con la Polonia puntate all'Europeo?
«È una stagione lunga, piena di incognite. Noi conosciamo il nostro valore, stiamo crescendo. Ora incontriamo l'Italia in Nations League e sarà un test importante per noi e per loro».

Che fa nel tempo libero?
«In questi ultimi due mesi ne ho avuto poco, tra ritiro in Austria e allenamenti. Mi piace leggere, le biografie in particolare, ma c'è un autore polacco che mi piace ed è Kapuscinski. Alla mia terra sono rimasto molto legato, ogni volta che posso torno a casa mia. Mia madre è rimasta a vivere nello stesso appartamento di 50 metri quadrati dove siamo cresciuti. Lavora al mercato e non vuole saperne di raggiungermi. Non lo ha mai fatto. E io certo non posso costringerla». © RIPRODUZIONE RISERVATA