Italia, dove siamo finiti?
Da Wembley alla crisi dei club

Sabato 11 Dicembre 2021 di Andrea Sorrentino
Italia, dove siamo finiti? Da Wembley alla crisi dei club

Siamo forti e belli, viva il calcio italiano risorto, siamo la tradizione gloriosa e le magnifiche sorti e progressive, nessun ci fermerà: l’orchestrina ha continuato a strimpellare, anzi con maggiore veemenza per via del successo agli Europei, ma intanto il Titanic del calcio italiano ha continuato il suo viaggio a perdifiato, senza guida, oltre l’infinito, in attesa dello schianto. Lo certificano l’ennesimo autunno grigio delle nostre rappresentanti nelle coppe e la frana della Nazionale, costretta ai playoff mondiali: quello di Euro 2020 è stato il sogno di certe notti di piena estate, un’estate irripetibile per lo sport italiano che infatti oggi viene celebrato dal magazine dell’Equipe, ma sono stati un incantesimo, la realtà è assai più dura. 

Superata la frontiera di Chiasso o del Brennero, siamo poca cosa. E le cose peggiorano. Il cammino in Champions League è stato ricco di inciampi e strafalcioni, ne usciamo ansimando con Juventus e Inter agli ottavi (nelle ultime due stagioni le qualificate erano state 3) anche perché avevano due avversarie su tre debolissime, l’Atalanta retrocessa in Europa League (a vantaggio del Villarreal, 13mo in Liga) e il Milan eliminato: solo 10 vittorie in 24 partite (5 vinte dalla Juventus). In Europa League, Lazio e Napoli si sono issate a fatica al secondo posto: un anno fa le 3 italiane erano state prime nei rispettivi gruppi. Prima nel girone, nonostante l’incubo-Bodø, è arrivata la Roma, in una Conference League non di livello così infimo, se finora ha eliminato i tedeschi dell’Union Berlin sesti in Bundesliga, mentre il Tottenham quinto in Premier sarà al massimo secondo nel suo girone, ma dovrà battere il Rennes, sennò è fuori. La verità è che l’Europa si conferma lontana, per un movimento che è arrivato solo a 3 finali (perse) su 20 nelle ultime 10 edizioni delle coppe, e ha perso posizioni in una frana di credibilità del sistema, e di livello tecnico e agonistico del campionato, che fa orrore, pena, tristezza: pensare agli anni Novanta, quando l’Italia andava in finale per sette edizioni in fila di Champions o vinceva sette volte la Coppa Uefa (quattro con finale tutta italiana), fa molto male, e dovrebbe costringere a serissime inversioni di tendenza, rinnovamenti tecnici e dirigenziali, rivoluzioni culturali di cui nessuno si fa carico, anzi. Una volta alle emergenze del calcio pensava, ufficialmente e ufficiosamente, la politica, ma non è più aria. 

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Abbiamo squadre deboli in Europa perché hanno rose deboli, non strutturate per affrontare il doppio impegno. E giocano in un campionato debole, dove si segna a valanga come nei tornei di secondo piano, ma ci dicono che è il ritorno del bel gioco, pensa un po’. Subito dopo le gravissime responsabilità dei dirigenti del calcio negli ultimi vent’anni, una delle cause principali del disastro è la scarsa cura dei vivai e dei giocatori italiani, e le facilitazioni fiscali per gli stranieri grazie al Decreto Crescita sono il colpo di grazia. Ma la serie A è di basso livello anche per la disinvoltura con cui si fanno plusvalenze per tenere in vita i bilanci: a bilanci drogati corrispondono, alla lunga, strutture di livello sovrastimato. Una buona metà dei club di A sopravvive scambiandosi freneticamente giocatori scarsi, così vivacchia e non produce squadre di qualità, né giocatori per la Nazionale, nulla insomma, se non un vorticoso giro di denaro che non irrora il sistema, anzi lo inaridisce. Almeno un terzo dei club di A a metà campionato già sa che non lotterà per nessun obiettivo e si rilassa, così escono partite rilassate, non allenanti, che non migliorano nulla, anzi peggiorano il livello e fanno aumentare pure i sospetti. E intanto si continua a giocare con situazioni assurde nel sonno perenne delle istituzioni: la vicenda della Salernitana è grottesca da tempo, e non dimentichiamo che i campioni d’Italia in carica dell’Inter hanno vinto lo scudetto in deroga ai regolamenti. Per cominciare ad arginare il disastro sarebbe urgentissimo ridurre le squadre della A: da 20 a 18, subito, senza discutere. l’optimum sarebbe tornare a 16, ma figurarsi. Ma un campionato a 18 squadre corrisponde a 74 partite in meno di adesso (col torneo a 16 sarebbero addirittura 140 in meno), e dato che il calcio è in mano ai suoi impresari, ossia le tv che versano il denaro necessario per sopravvivere, la pista è fredda in partenza. Quindi è solo uno dei tanti irrisolvibili problemi del nostro Titanic. Tanto da oggi torna la serie A, e si può riprendere a strimpellare.

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