Noi, innamorati di quest'azzurro
ci siamo divertiti con Sarri & Co.

Lunedì 21 Maggio 2018 di Marilicia Salvia
Novantuno punti, due record in uno: quello a uso interno, la vetta più alta mai raggiunta nella storia del Napoli, l'altro che serve solo ad aggiungere amarezza, perché le sole due squadre che finora avevano superato quota novanta, e cioè Inter e Juventus, avevano contemporaneamente agguantato lo scudetto. Lo scudetto sognato e non arrivato, il grande assente, ieri, in un San Paolo straripante di bandiere azzurre e di cori, di bambini con le magliette di Lorenzo e Ciro-Dries, di donne e uomini con le lacrime agli occhi. Una festa sul filo tra l'arrivederci e l'addio pure difficile da celebrare perché, vai a vedere il destino, all'ultima giornata fra tante squadre ci è capitato il Crotone, il meridionale Crotone, da sconfiggere e condannare alla retrocessione. Ma una festa necessaria, e chi se ne importa più se alla resa dei conti siamo a zero tituli: necessaria, perché tifosi e squadra avevano bisogno di dirselo un'ultima volta e per sempre il loro amore. Mai, a memoria di tifosi, c'è stata a Napoli una sintonia così totale tra il campo e gli spalti, tra il popolo azzurro, i calciatori e - soprattutto - l'allenatore. Mai, per un intero campionato, si sono divertiti così tanto tutti insieme, tifosi e squadra, neanche quando la star era Maradona, o forse solo allora. I caroselli dopo la vittoria allo Stadium, e soprattutto i cinquemila che d'improvviso si sono presentati alla stazione centrale per accompagnare gli azzurri verso Firenze (ahimè, senza immaginare che stava per cominciare l'inizio della fine) resteranno fotografie indelebili dell'anno in cui Napoli si innamorò del Napoli.
 
Questo grande amore, questa gioia per gli occhi sono adesso al capolinea, stanno consumando le ultime batterie. Lo sappiamo oggi e lo sapevamo ieri, che oltre non si va, che le cose belle è bene farle finire «prima che si macchino un po'», come ha detto ieri sera Maurizio Sarri insieme a quella clamorosa dichiarazione d'amore, «pure se vado in Cina parlando del Napoli dirò sempre noi». Uno così è un dolore perderlo, se lo perderemo, ma nessuno dei cinquantamila che ieri affollavano il San Paolo, nessuno delle migliaia di tifosi azzurri sparsi ovunque nel mondo è stato sfiorato dall'idea di una contestazione, di una reazione rabbiosa. L'allenatore in tuta che ha fatto cose straordinarie, ma anche errori risultati in qualche modo decisivi - eppure, dalla tifoseria, tutti perdonati - merita rispetto qualsiasi sarà la sua decisione, che sarà in ogni caso dettata dall'amore per la squadra e per la città: questo, mister Sarri, lo abbiamo compreso, che non te ne andresti mai come ha fatto qualcun altro, inutile ormai fare nomi, per i soldi e per la gloria.

È vero, ha ragione il mister, «se in gioco c'era lo scudetto della bellezza lo abbiamo vinto, se c'era lo scudetto dell'amore dei tifosi abbiamo vinto pure quello». Perciò sarà dura, vedere i nostri campioni fare le valigie e andare via. Perciò, se c'è da prendersela con qualcosa o qualcuno in questa strana domenica dell'orgoglio e del rimpianto, è ovviamente il sistema calcio, questo anomalo mondo fuori dal mondo dove girano, e contano, cifre milionarie, azioni di Borsa, fondi fiduciari legati a chissà chi e chissà cosa. Un mondo sottosopra nel quale una squadra può arrivare prima in classifica per sette volte consecutive. E dove arrivare secondi, con appena quattro punti di differenza - ma distaccando di 14 la terza classificata - è considerata un'impresa miracolosa, un evento straordinario: non tanto per la differenza fisica e atletica dei calciatori, ma per la differenza di fatturato che ti condannerebbe, di per sé, a posizioni decisamente inferiori.

Anche di questo si parlerà da oggi nei colloqui fra De Laurentiis e Sarri, anche questo ha il suo peso, perché è giusta anche quest'altra riflessione, «se rimango qui voglio avere la percezione che sia possibile ripetersi», e fra clausole, cartellini e svalutazioni il bilancio tra dare e avere potrebbe non piacere al patron. Al quale però toccherebbe anche un atto di coraggio, e chissà se Sarri, portando al tavolo tutto l'amore che gli ha dimostrato ieri il San Paolo, non riesca a convincerlo: che questa città così appassionata, questa tifoseria così entusiasta se la meritano una gioia vera. La gioia di guardare tutto il resto della classifica dall'alto in basso. Di non essere, di non sentirsi più giudicati dagli altri - e soprattutto dai tifosi del nord - come riserva folcloristica, e la squadra come fenomeno estemporaneo. I napoletani vergognosamente presi di mira dai barbari che frequentano le curve altrui, i tifosi azzurri che anche ieri, all'ennesima umiliazione patìta per mano (anzi per voce) degli incivili frequentatori dello Stadium bianconero, hanno risposto nel modo più limpido possibile, infischiandosene di ciò che non ha colore e cantando solo per i propri beniamini, meritano rispetto. E il rispetto, ormai lo abbiamo capito, in questo mondo sottosopra te lo puoi guadagnare in un solo modo: con le vittorie. Ultimo aggiornamento: 08:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA