L'arte nel pallone di Damiani:
«Zidane era Magritte, Gattuso Plessi»

Lunedì 8 Febbraio 2021 di Bruno Majorano
L'arte nel pallone di Damiani: «Zidane era Magritte, Gattuso Plessi»

Mettere insieme calcio e arte. Anzi, «L’arte nel pallone»: è quello che ha fatto Oscar Damiani, ex numero 7 anche del Napoli a cavallo tra anni ‘70 e ‘80. In un libro (per Chimera Editore, 186 pagine, 20 euro) che vuole essere un’autobiografia a due facce: quella del calciatore e quella dell’appassionato-collezionista di opere d’arte. Non esattamente la passione più comune per un calciatore.  «All’inizio era solo una passione, ora è diventata qualcosa di più. Nella mia vita ho solo comprato, mai venduto. Perché quello che compro mi piace e lo voglio tenere per me. Certo, ora ho un po’ qualche problema di spazio. Le mie opere sono esposte un po’ a casa, un po’ al mare e un poì in ufficio. Ma devo ammettere che ora ho finito spazio». Da sempre appassionato di arte contemporanea e moderna, nemmeno nel suo passaggio a Napoli si è fatto ammaliare dall’arte più classica e dalle gouache della scuola di Posillipo.  «Sono opere molto belle, impossibile negarlo, ma quando le guardi una volta le hai viste per sempre. L’arte astratta, invece, ti regala sempre sensazioni diverse».

E poi, ovviamente, c’è il calcio, da giocatore prima e da procuratore poi. «Sono stato un grande agente, ho portato in Italia 4 palloni d’oro: Papin, Zidane, Weah e Shevchenko. Oggi il mondo dei procuratori non è più quello di una volta. Prima i rapporti umani erano fondamentali, ora invece, fa tutto via messaggi. Non è più quello che piaceva a me». E d’altra parte con i giocatori non si può nemmeno parlare troppo di arte. «Ti chiedono consigli più sulle Ferrari che sui quadri. Oggi i giocatori si occupano solo di Instagram e Whatsapp. Ai calciatori non interessa nulla dell’arte». Eppure ci deve essere un filo che collega arte e pallone. «Penso ai miei quattro palloni d’oro e il paragone è presto fatto. Papin è Van Gogh: giocava per il gol e come Van Gogh non faceva cose astratte, ma concrete come buttare la palla in porta. Zidane, invece,  era come Magritte: surrealisti entrambi. Nella pittura uno e nelle giocate l’altro. Hanno fatto cose che nessuno poteva immaginare. Weah come Basquiat: entrambi due grandi street artist. Mentre Sheva mi ricordava Balla: un futurista per il modo di giocare che ai suoi tempi era inimmaginabile». E il presente. «Messi è l’arte. Perché riesce a inventare dal nulla proprio come i grandi artisti. Ma lui e Ronaldo non possono essere paragonati a nessun grande artista del momento, visto che nessuno nell’arte ha raggiunto ancora una fama mondiale come loro due».

Nella vita e nel destino di Oscar Damiani c’è anche una figura femminile legata a Napoli. «Lia Rumma è una gallerista che ho conosciuto a Milano e poi l’ho ritrovata a Napoli, quando mi invitava alle sue cene piene zeppe di artisti. Mi ha aiutato molto e mi ha insegnato quasi tutto quello che so dell’arte. Al di là del rapporto meramente commerciale si è instaurato un bellissimo legame personale». E Napoli vuol dire anche Gattuso. «Gattuso è uno pieno di fuoco, come le opere di Plessi dove la fiamma è un elemento dominante».

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