Sibilia candidato alla presidenza Figc:
«Ecco il mio piano per la svolta»

Lunedì 15 Febbraio 2021 di Pino Taormina
Sibilia candidato alla presidenza Figc: «Ecco il mio piano per la svolta»

Anche lui i conti li ha fatti. Eccome se li ha fatti. Eppure, nonostante parta sfavorito, non ci pensa affatto a farsi da parte. Così Cosimo Sibilia, avellinese di 62 anni, potente presidente della Lega Dilettanti e parlamentare di Forza Italia decide di lanciare il guanto della sfida a Gabriela Gravina nella corsa alla poltrona di numero uno del calcio italiano, quello della Federcalcio. L'ultimo campano a ricoprire quel ruolo è stato Federico Sordillo, irpino nativo di Dentecane, dal 1980 al 1986.

Sibilia, a parte i voti dei dilettanti non sembra averne molti altri?
«Chi lo dice? In ogni caso per me non cambia nulla. Non posso tirarmi indietro adesso, è anche una questione di onore e di dignità. C'era un accordo, peraltro sottoscritto dai rappresentanti di ben 4 componenti, con un ex presidente federale a fare da garante, di cui pare nessuno se ne ricordi e questa cosa certo non posso accettare che passi così in cavalleria».

Si riferisce all'intesa con Gravina di cui lei parla spesso poche ore prima le elezioni nel 2018. Ma pare non abbia grande peso.
«Certo che ne ha. Senza la mia rinuncia, il calcio italiano sarebbe andato incontro al prolungamento sine die del commissariamento da parte del Coni e avrebbe dato ancora di sé l'immagine della guerra tra piccole bande. Io feci una rinuncia importante per il bene di tutti perché ero davanti in tutte le votazioni nelle precedenti elezioni. E i voti della LND andarono tutti all'allora presidente della Lega Pro che infatti è stato eletto con il 98 per cento dei consensi. E quell'intesa non era certo un fatto a due tra me e lui ma coinvolgeva il 63% della base elettorale».

Uliveri dice invece che è un fatto vostro.
«Ulivieri sa bene che non è vero, perché quell'accordo riguardava anche lui, oltre ad aver dato il via libera alla presidenza di Gravina con l'impegno che la sua esperienza sarebbe terminata alla fine di questo quadriennio olimpico. In ogni caso, per me possono dire quello che vogliono. C'è la mia firma e quella di Gravina, Ulivieri, Nicchi e la ratifica di Giancarlo Abete, ex presidente Figc. Sono certo che non avranno nulla in contrario a mostrare il contenuto durante l'assemblea a tutti i delegati che avranno il compito di decidere a chi affidare la presidenza della Figc. Così tutti potranno liberamente e senza condizionamenti farsi una idea di cosa c'era scritto».

Sarà d'accordo che i due anni e mezzo di Gravina presidente sono stati davvero pieni di buoni risultati.
«Tutto vero, ma anche qui mica ci troviamo davanti all'uomo solo al comando. C'era un consiglio federale che ha sempre sostenuto ogni sua iniziativa e c'è stata la lealtà mia, dei Consiglieri della LND e di tutti coloro che erano certi che quell'accordo siglato nel 2018 sarebbe stato rispettato».

Il suo programma che prevede?
«Questo è un anno drammatico per tutti. La pandemia non è finita. Non ho scritto il libro dei sogni. Il mio è un documento sobrio: governance, attività sportiva, riforma dei campionati, giustizia sportiva, attività dilettantistica e giovanile, calcio femminile e altre discipline, formazione e attività sociali e culturali. Poi bisogna finalmente affrontare la questione del professionismo del calcio italiano. Fondamentale sarà armonizzare le attività della giustizia sportiva dove si è assistito all'adozione di decisioni a dir poco contrastanti l'una dall'altra».

La serie A però pare voterà compatta con Gravina.
«Io penso che i presidenti delle società di A abbiano dato solo delle deleghe. E neppure tutti. La delega è una cosa, il voto è un'altra. La mia difficoltà è stata quella di dover celebrare 23 assemblee regionali in 4 giorni, in alcune casi piene di problemi oggettivi. E non ho avuto modo di illustrare il mio piano ai presidenti della serie A, ma anche di B e C. Magari in tanti in questi giorni leggeranno le 30 pagine del mio programma e avranno le idee più chiare».

Che idea ha della riforma dei campionati?
«L'Avellino di mio padre giocava in una serie A che non aveva 20 squadre ed era un campionato avvincente, spettacolare, invidiato in tutto il mondo. Ora non è una questione di numero di squadre, forse 20 possono anche andar bene. Magari assieme ai presidenti delle Leghe possiamo studiare dei format diversi da quelli attuali. Ma tutti assieme. La pandemia ci mette davanti a scelte difficile».

Se vince cosa farà?
«Nessuna rivoluzione, ma terrò ben presenti le priorità, a partire dalle riforme: non possiamo perdere altri 4 anni e non ci verrebbe perdonato dal mondo dello sport che ci guarda con attenzione».

E se perde?
«Continuerò da presidente della Lega Dilettanti a dare il mio contributo ai lavori del Consiglio federale. I sei consiglieri federali della Lnd saranno determinanti per quelle riforme che hanno bisogno di una maggioranza qualificata». 

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