Biles e Osaka, si è spenta la luce: ritirate per troppo stress

Mercoledì 28 Luglio 2021 di Andrea Sorrentino
Simon Biles e Naomi Osaka

Era ora di finirla, con questa farsa in mondovisione, anche se da centinaia di milioni di dollari. Era ora di riappropriarsi di se stesse, o almeno provarci, in ogni caso auguri di cuore, non sarà facile. Le due regine dell’Olimpiade vivono fino in fondo il dramma umano più complesso: il disperato vano tentativo di farci accettare per come siamo e non per come ci vedono gli altri, e al tempo stesso il tormento di dover rispondere alle attese, mentre però tutto il nostro vissuto, tutto ciò che ci è accaduto fin da piccoli, stringe alla gola come un cappio. In più, ai Giochi, c’è il peso delle responsabilità da favorite, e intorno l’assurdo e inumano cancan dei social, che vivisezionano scandagliano e umiliano, e rendono il mondo asociale, perfido, in definitiva invivibile.

 

Simone Biles fuori dalla finale: «Ho il peso del mondo sulle spalle»

 

Così le regine se ne vanno, non ne possono più. Anche se Simone Biles, ginnasta, è una delle 100 persone più influenti al mondo secondo il Times e Naomi Osaka, tennista, la sportiva più pagata del pianeta. Ma arriva il momento del liberatorio chissenefrega. Per quanto tempo, non si sa. Chiedono a Simone Biles se parteciperà alle gare individuali, la risposta è affilata come una katana: «Penserò a stare bene. Non c’è solo la ginnastica nella vita, no?». Questi 143 centimetri di donna, tanto esplosivi quanto scrigno di sofferenze (l’affido ai nonni in Texas, perché i genitori non potevano occuparsi di lei e delle sorelle, o la denuncia dell’allenatore orco e stupratore delle ginnaste Usa), hanno appena tradito le compagne di squadra: l’oro è delle russe, americane dietro. Alla prima prova nel volteggio Simone, che a Tokyo punta a diventare la donna più medagliata di sempre ai Giochi, si produce in un difficile “Amanar”, ma anziché i due avvitamenti e mezzo previsti ne fa uno e mezzo, prende un votaccio e lascia la pedana. Ci ritornerà per star vicina alle compagne, poi si congratulerà con le russe. Ufficialmente ha un problema fisico, ma lei conferma ben altro: «Non ho più fiducia. Partecipo per gli altri e non per me. In pedana vivo un confronto con i miei demoni. Devo concentrarmi sulla mia salute mentale». Un grido l’aveva lanciato giorni fa, dopo aver derapato fuori pedana in una prova al corpo libero, ma nessuno poteva raccoglierlo, non qui, non ora, chissà chi mai potrà: «Mi sento il peso di tutto il mondo sulle spalle», dev’essere una sensazione spaventosa. Simone ammette anche: «La scelta di Naomi Osaka, che si è fermata mesi fa perché non reggeva la pressione, mi ha ispirata».


«UNO SCHIFO»
Naomi Osaka, numero 2 del mondo ed ex numero 1, che in primavera aveva lasciato il Roland Garros poi rinunciato a Wimbledon per accumulo di stress, ma si è presentata alle Olimpiadi anche per evidenti motivi di marketing: ultima tedofora e accensione del braciere sacro. Ma dopo due vittorie timide, ieri prende 6-1 6-4 dalla ceca Vondrousova. Poi ammette: «E’ una delusione che fa schifo. Non ho retto la pressione», e scappa con le lacrime che affiorano. Nata da padre haitiano e madre giapponese, vive negli Usa e i giapponesi non l’hanno mai accettata davvero come compatriota, per loro è sempre una “hafu”, cioè figlia di un genitore straniero: tempo fa un suo sponsor addirittura la raffigurò in uno spot con la pelle “sbiancata” per farla piacere al pubblico. Poi però qui ai Giochi doveva rappresentare la riscossa del Giappone, e quindi, ragazza: partecipa, gioca, corri, sorridi e accendi il braciere, la nazione e gli sponsor ringraziano. Ma c’è un limite a tutto, diamine. Rinunciare è l’unica salvezza, il più alto grido di dolore, l’autolesionismo supremo per protestare contro ingiustizie soverchianti. Laggiù lo chiamano harakiri.

 

 

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