Napoli perdente e lagnoso,
la Champions buia

Lunedì 25 Aprile 2022 di Marco Ciriello
Napoli perdente e lagnoso, la Champions buia

«Son s'cioppaa son s'cioppaa son s'cioppaa / Hai presente un canotto mordicchiato da un dobermann», cantava anni fa Enzo Jannacci, pensando a una vita esplosa, e non sapeva che dopo sarebbero venuti Istanbul per il suo Milan, e in basso, molto in basso Empoli per il Napoli.

La squadra di Spalletti sta bene solo nella medietà, non regge gli estremi: sia d'euforia che di sconforto, e scoppia. Era dal 1942 che il Napoli non veniva rimontato su un due a zero, e questo dice moltissimo sulla partita, e sulla psiche della squadra. A voler fare due conti ne escono bene il solito Lorenzo Insigne e il vecchio Dries Mertens, un po' poco per una squadra che si contendeva lo scudetto con le milanesi fino a due domeniche fa. Non volendo colpevolizzare i due autori materiali della sconfitta Malcuit e Meret che sono soltanto i terminali del crollo, c'è da guardare in faccia Zielinski, Ruiz, Osimhen e chiedere loro: E allora? A fare due conti? E dopo: Ci si può annoiare su un due a zero, ma sul due a due, no.

La loro evasione appassionata è un indizio del mutamento antropologico calcistico, di una stanchezza mentale o dell'inadeguatezza a governare la vetta? È passabile il campione che non si sacrifica al modulo, ma poi riscatta tutto segnando, non il campione sempre ammesso che lo sia che diventa ornamentale. 

 

Tra le virtù di una squadra, quella psicologica negli anni è andata crescendo proprio perché crescevano le spinte esterne, lo capirono tutti con la crisi di Pep Guardiola, che non ne poteva più, proprio perché l'allenatore era diventato oltre che tecnico e manager, oltre che attore e politico anche e soprattutto psicologo, e mentre gli allenatori coltivavano questo nuovo profilo, da aggiungere agli altri, i calciatori diventavano sempre più fragili e delicati, in una contrapposizione che creava delle cadute pazzesche.

In aggiunta c'è da dire che il Napoli non ha una figura con un passato da campo, che potrebbe mediare, consigliare, aiutare, affiancando l'allenatore, e in questo vuoto si infilano tutte le problematicità ambientali, che diventano un peso poco sopportabile. E giù sconforto, che è un posto caldo che il Napoli e la sua città conoscono bene, l'alibi perfetto per lasciare in quiete lo stato delle cose.

Una vera e propria sindrome, dove tutti si ritrovano, un posto delle fragole, dove tornare ad essere brutti, sporchi, cattivi e perdenti. Continuando a tendere impercettibilmente verso la lagna, che conferisce al napoletano quell'aura da esibire verso il resto d'Italia. E non basta Spalletti che fa Gattuso e si assume le colpe, dovrebbero sfilare tutti i calciatori, panchina compresa, a prendersi quelle colpe, proprio perché prima e per troppo tempo hanno fatto un uso improprio del maradonismo, come dell'assunzione di responsabilità popolare, fingendo di comprendere che il calcio a Napoli, e solo in altre tre quattro città del resto del mondo, è una istanza sociale. Perché poi a guardare l'involuzione calcistica nonostante Anguissa sale un elevato scetticismo che non porta speranza per il resto delle partite che mancano per riconquistare l'accesso alla Champions League.

Nell'ultimo tratto di partita, il Napoli esibiva una scollatura disperata, con crepe concettuali prima che psichiche, esibendo una propensione alla medietà che all'inizio della stagione doveva essere solo economica, invece ora è una particolarità del carattere della squadra. Non rimane che provare a smentire tutto questo, cercando di riconquistare la sovrana dignità del ruolo che pareva avere fino a poche partite fa. 

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