Maradona, la triste verità del Pibe: «Non sarò mai un uomo comune»

Giovedì 3 Dicembre 2020 di Francesco De Luca
Maradona, la triste verità del Pibe: «Non sarò mai un uomo comune»

Il cronista napoletano amico lo scovò pochi mesi dopo la squalifica per cocaina, la fuga dall'Italia e l'arresto a Buenos Aires. Lui, Diego Armando Maradona, l'uomo più popolare al mondo, si era nascosto a Oriente, angolo della Pampa argentina, in una casa senza tv e telefono. Le domande furono tante, dopo settimane di guai e silenzi. L'ex capitano del Napoli parlò di tutto. «Come faccio a vivere così? Non credo che sarò mai un uomo comune», fu l'ultima risposta ad Angelo Rossi, autore del libro Le leggende del Napoli: una città, un popolo, una squadra (Editore Diarkos, pagg. 250, euro 17), una cronistica carrellata da Giorgio Ascarelli, il presidente che fondò l'Ac Napoli il 1° agosto del 1926, a Lorenzo Insigne, attuale capitano degli azzurri.
Nell'inverno del 91, quando vi fu l'incontro ad Oriente, Diego aveva appena compiuto 31 anni, con un futuro che poteva ancora essere scritto. Ma sarebbe ancora caduto ai Mondiali americani del 94, «tradito dai suoi stessi dirigenti per avere fatto uso di efedrina, un prodotto ad azione dimagrante: tutti erano al corrente ma nessuno si fece avanti per difenderlo», così Rossi ricostruisce quella seconda squalifica, una decisiva sconfitta per il più grande calciatore al mondo.

Tante ombre hanno accompagnato la carriera del Diez, ma una certezza c'è stata: il suo amore per Napoli. Dopo la vittoria del primo scudetto, Berlusconi si mosse per convincere Maradona a trasferirsi al Milan. «Sarà pure un contratto da favola ma Diego non tradirà mai Napoli», sussurrò Claudia, la sua compagna, a Rossi. E quando il tradimento avvenne - perché una squalifica per cocaina tale era - Maradona scrisse un messaggio: «Non ho mai tradito il calcio, voglio bene a tutti i napoletani, torno in Argentina perché ho bisogno di tranquillità e di riflettere su quello che mi sembra un oscuro disegno». Il finale della storia era stato scritto pochi mesi prima, quando Maradona non si presentò alla convocazione per la trasferta a Mosca. I compagni andati a casa sua, ricorda Rossi nel libro, «non riuscirono a tirarlo fuori dal bagno in cui si era rinchiuso in compagnia del vizio maledetto».

 

LEGGI ANCHE Maradona, il figlio del Petisso: «Porto Diego in teatro, è il dramma di un genio»


Maradona non sapeva da tempo tenere la sua vita in equilibrio, la cocaina se n'era impossessata. L'ossessiva ricerca di droga lo aveva messo in contatto con la malavita e una notte arrivò un avvertimento: il lunotto posteriore della sua Mercedes era stato sfondato da una biglia. Rossi lo scrisse e Diego ne rispettò la scelta. Il capitano del Napoli aveva tentato la mossa di trasferirsi a Marsiglia, dopo aver vinto la Coppa Uefa nell'89, perché credeva che cambiare ambiente potesse aiutarlo. Ferlaino lo bloccò, voleva ancora vincere e infatti un anno dopo arrivò il secondo scudetto. Che fu la festa di addio di un uomo che fece male, tanto male, a se stesso ma non a chi gli stava accanto. Amatissimo nello spogliatoio è stato Diego, in particolare dal massaggiatore Carmando, testimone delle sue vittorie anche al Mondiale 86. Prima delle partite, Salvatore riceveva da Maradona un bacio sulla fronte e gli diceva: «Che Dio sia con te». Una settimana fa Carmando ha letto quella notizia sul cellulare, si è chiuso nella sua casa di Salerno e ha spento il telefono, ricordando quei giorni tra le lacrime.

© RIPRODUZIONE RISERVATA