Napoli-Atalanta, noi tifosi vittime
della sindrome di Stendhal

Domenica 18 Ottobre 2020 di Anna Trieste

La tentazione di scrivere, sia pure una settimana dopo, al termine del match con l'Atalanta e a prescindere dal risultato, di Asl, tamponi e protocolli sanitari vari era fortissima e tuttavia, di fronte a un capolavoro come quello realizzato ieri dalle truppe azzurre, è impossibile non cadere vittime della sindrome di Stendhal e cioè di quel mancamento nelle giunture che sopraggiunge ogni qual volta ci si trova davanti ad opere d'arte di straordinaria e ineguagliabile bellezza. Come definire diversamente, infatti, il primo tempo dell'anticipo di ieri coi bergamaschi? Quarantacinque minuti di incantesimo che hanno stregato gli uomini di Gasperini costringendo il di loro estremo difensore, Sportiello, a trascorrere la prima metà del match a cercare di difendere l'onore oltre al fortino e l'estremo difensore azzurro, Ospina, a cercare un giacchettino di lana per non pigliare troppo freddo vista l'inattiva immobilità prolungata a cui il poderoso attacco dei compagni lo stavano costringendo. E pure se nel secondo tempo qualcuno è riuscito ad oltrepassare la metà campo partenopea per verificare se quello dalle fattezze colombiane era un cartonato o un portiere in carne ed ossa alla fine il capolavoro è riuscito.

 

Così come Kafka aveva trasformato l'uomo in insetto, Canova la donna in alloro, Gesù Cristo l'acqua in vino, Gennaro Gattuso ha trasformato Lozano in un calciatore, Osimhen in uomo immagine contro la violenza della polizia in Nigeria e chi ha deciso sul risultato di Juventus-Napoli in un grandissimo quaqquaraqquà. Certo, per celebrare la metamorfosi miracolosa nessuno ha ancora fondato una religione monoteistica ma sempre un miracolo è! Tempo al tempo

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